Fragili perché umani. Nessuno ne è indenne: la riflessione di Padre Adriano Moro.

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Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento su “fragilità e cura” del camilliano padre Adriano Moro tenuto in occasione del convegno Uneba a Vicenza su “L’assistenza delle persone fragili in Veneto. Nuove professionalità, nuovi bisogni, valori radicati.” Padre Adriano Moro, vice direttore  dell’Ufficio per la Pastorale della Salute della Diocesi di Padova, è stato recentemente relatore al convegno di AltaVita su “Spiritualità e cura”.

Non ci possiamo sottrarre alla fragilità, non possiamo scappare davanti ad essa perché essa è legata a doppio filo alla condizione umana, alla nostra finitudine. Eppure, nonostante veniamo da due anni e più di pandemia, che ci hanno sbattuto brutalmente in faccia che siamo talmente fragili che le nostre esistenze e il nostro modo di vivere possono venire messi in crisi anche da un microscopico virus, ancora non siamo venuti a patti con questa realtà.

O meglio: in nome delle scoperte scientifiche e mediche dell’ultimo secolo, abbiamo pensato di poter controllare tutto, di guarire tutto, di spiegare tutto. Ma c’è qualcosa che non si può comprendere fino in fondo, c’è qualcosa che sfugge alla nostra razionalità, e questo qualcosa è proprio la comune condizione mortale, la finitudine nostra e di ciò che ci circonda. In una sola parola: la nostra fragilità.

 «Fragile – scrive Luciano Manicardi, monaco di Bose – è ciò che si può spezzare, in modo improvviso o a seguito di un lento processo di usura, di erosione, per cause esterne o interne». E la fragilità si può distinguere in una miriade di specie: «fragilità psicologiche e fisiche, handicap e menomazioni, fragilità morali e intellettuali, ma poi fragilità inerenti alle diverse età della vita». Ci sono anche le fragilità sociali, «come la difficoltà di trovare un lavoro o il dramma di perderlo», e quelle ambientali, di cui continuiamo a non tenere conto distruggendo il pianeta.

La fragilità quindi è l’uomo stesso…è tutto ciò che lo circonda…. Ma siamo proprio certi che la fragilità sia solo immagine di debolezza insignificante, immatura, in fondo malata, di cui non riusciamo spesso a trovarne il senso, o invece in essa non si nascondano magari anche dei valori di delicatezza e di sensibilità, di gentilezza e di comunione?

Ad affermare che la fragilità non è solo debolezza insignificante, e che ci sono valori non poi tanto nascosti in essa, è Eugenio Borgna: «Le esperienze, che la psichiatria mi ha consentito di fare – dice – non possono non farmi dire subito che la fragilità fa parte della vita e ci aiuta a coglierne significati dei quali non si dovrebbe fare a meno.

La fragilità è una esperienza umana che imprime alle cose che vengono fatte, alle parole che vengono dette, il sigillo dell’accoglienza e della delicatezza, dell’ascolto e della comprensione. La fragilità ci consente di sfuggire al deserto dell’egoismo e dell’indifferenza e anche della aggressività. Non solo: essa ridesta in noi il desiderio di uscire dal proprio io e ci aiuta a vivere la vita come destino comune a ciascuno di noi nella gioia e nel dolore».

Ma se fragilità è tutto questo, che cosa c’è che ci impedisce di accoglierla in noi stessi e in chi ci è accanto? «In effetti – continua il professor Borgna – la fragilità è abitualmente considerata come una esperienza di vita dalla quale allontanarsi e della quale ci si vergogna, non volendone parlare, come se fosse una malattia psichica…e invece non lo è …! Ma dovremmo essere tutti chiamati a riconoscere – afferma ancora Borgna – e a rispettare le fragilità che si nascondono nelle sensibilità ferite dalla timidezza e dallo smarrimento, dal dolore dell’anima e dal silenzio. Sono umane fragilità che ci passano accanto nella vita di ogni giorno con le loro scie di solitudini.

Sono fragilità che gridano nel silenzio e che sono udite solo quando in noi ci siano attenzione e delicatezza. Riconoscere le fragilità che vivono segrete nel cuore delle persone è ancora più importante del riconoscere le nostre fragilità. Detta così pare facile”.

Ma, c’è un ma. Come passare dalla comprensione all’azione? In una sola parola: come possiamo apprendere il messaggio spirituale, positivo e profondo della fragilità? Beh… alcune opportunità le abbiamo …. Innanzitutto, il mondo culturale, anche quello che fa cultura divulgativa, come i giornali e riviste dovrebbe occuparsi più spesso di fragilità e finitudine, di limite. E poi l’educazione.

Questi temi dovrebbero venire inseriti nei programmi scolastici. Dovremmo insegnare ai bambini sin da piccoli che siamo mortali e fragili, e che se lo sono io lo è anche l’altro: da questa consapevolezza non solo nasce la compassione, ma nasce anche una vera e propria etica umana (…) .

Abbiamo balbettato qualcosa sulla fragilità, adesso proviamo a dire qualcosa sulla “cura” e sul nesso fragilità e cura. Partiamo dal nesso, ciò che lega, cioè, fragilità e cura. Ciò che le lega credo

sia proprio la ricerca costante di un’etica della cura, specie nei momenti di vulnerabilità e fragilità, nostra e altrui (…)

Il processo del discernimento sull’etica della cura dovrebbe consistere in una riflessione volta a individuare i valori in campo e a far proprie le ragioni, le modalità e le finalità del processo di cura che si vuole mettere in atto. Come dato morale, però, fondamentale e deontologico, è che il valore primo da osservare è l’uomo stesso, e quindi sarà sempre necessario chiedersi, di fronte ad ogni opzione e scelta, quali saranno le possibili ricadute sulla realtà prima da difendere, cioè sulla dignità dell’uomo.

Andando in profondità la cura consiste sempre, come dicono alcuni filosofi, in un prendersi cura di, in un aver cura di; cioè, la cura, come dice ad esempio Heidegger, «è in sostanza lo star da presso benevolo a se stessi, agli altri, al mondo. È lo

star presso che guarisce dal negativo”.  

Ma questa definizione di cura ci introduce al concetto che è al cuore della cura stessa: cioè la relazione. La definizione di cura su descritta parla di un atteggiamento che non è altro che la disposizione di una persona in rapporto a qualcuno o a qualcosa; il disporsi a sua volta implica una relazione.

 L’aspetto più evidente che emerge da quanto detto è che la cura consiste innanzi tutto nell’andare verso o nell’essere presso qualcuno o qualcosa con impegno e attenzione. Pertanto, relazione, impegno e attenzione sono i tratti distintivi della cura.

Dunque, poiché la cura ha strettamente a che fare con la relazione, di conseguenza si configura come un aspetto ontologico della vita umana. Secondo la bioeticista Sara Brotto, «la cura è perciò un’attitudine e una pratica morale che informa il complesso delle nostre abilità e capacità interpersonali, siano esse quelle rigorose del pensiero, quelle delle emozioni e dei sentimenti, o quelle meramente pratiche. Tutto di noi è implicato nella relazione, perché noi siamo tutto in relazione ad altri, di qualunque etnia o gruppo essi siano». Bisogna che cerchiamo di capire però quali siano le modalità con cui si può “stare” accanto all’uomo che soffre, come potersi confrontare con l’essere umano immerso nel dolore, come riuscire a declinare, nella concretezza pratica della vita vissuta, le conclusioni che provengono dalla riflessione sull’etica della cura .

In primo luogo la cura, la relazione, la prossimità sono livelli di espressione umana intrinsecamente correlati con la realtà del dono. Il dono è una realtà di reciprocità gratuita in cui la presenza dell’uomo si manifesta pienamente in tutta la sua competenza di (o in) umanità.

Strettamente correlata al concetto di dono è la considerazione umile della propria impotenza di fronte al dolore…ed è cosi che si impara gradualmente a capire che lo sforzo più importante da fare è quello di riuscire a porsi «con il malato, accanto a lui, non sopra e dunque contro» mettendo in campo tutte le competenze umane possibili: empatia (necessaria per stabilire un punto di contatto), attenzione (a partire dai dettagli delle situazioni), capacità di intercettare i bisogni e i desideri dell’altro, desiderio di estrarre l’uomo dalla sua dimensione di sola sofferenza e dolore ricordandogli la sua dignità di uomo e valorizzandone la sua specificità attraverso il riconoscimento della sua peculiare identità; capacità e competenza comunicativa (verbale e non verbale, perché una comunicazione buona, efficace, non aggressiva e coinvolgente, che genera fiducia, fa parte integrante del processo di cura) attraverso la ricerca della sapiente alternanza dei momenti della parola con gli spazi del silenzio così come attraverso lo sviluppo della capacità feconda del contatto fisico (dalla benevolenza di un sorriso donato al coraggio di una carezza offerta con lo scopo di stimolare risposte positive mediante un contatto confortante, rassicurante, confermante che sia capace di risvegliare, anche all’interno di una realtà di dolore, la percezione della propria integrità, la riconferma del valore, della dignità, dell’unicità della propria persona).

Ma ancora, creatività, originalità, sviluppo delle capacità di coinvolgimento, affidabilità, cura della bellezza (di quella bellezza che è già cura), pazienza, disponibilità, presenza e prossimità, comprensione, compassione, coraggio. In un autentico percorso di cura, nulla è scontato, nulla è banale, tutto è importante e ogni azione, anche la più piccola e nascosta, può ritrovare il suo senso nel momento in cui è capace di produrre nella persona sofferente un aumento delle risposte positive sostenendo la sua vulnerabilità fisica ed emotiva e generando fiducia.

È evidente che per realizzare tutto ciò di cui sopra sia necessaria la disponibilità anche a fermarsi e a formarsi, laddove ciò equivale al saper acquisire la capacità di mantenersi sempre vigili su se stessi, di vivere con spirito agile e sguardo vigile e sobrio, in maniera da saper accettare e riconoscere con umiltà quando è il caso di rallentare, di fermarsi se è il caso, per rivedere e riplasmare alcuni atteggiamenti e comportamenti che potrebbero essere diventati disumanizzanti (magari per fretta, mancanza di tempo, aridità degli automatismi della routine, ecc.) e scongiurare così il pericolo di cadere nelle maglie insidiose dell’abitudine che uccidono la cura stessa.

 Concludendo, possiamo delegare la cura? Noi, già in quanto uomini ma, per chi si definisce cristiano, anche in quanto credenti, non possiamo esimerci dal riconoscere la nostra responsabilità

in ordine alla necessità di saper rispondere al meglio a quell’invocazione, a quella umanissima ed essenziale richiesta di non essere lasciati soli, condizione indispensabile per la sopravvivenza di ogni uomo e per vivere anche nel dolore.

Nei momenti di difficoltà, di malattia, di vulnerabilità e alla fine della vita, non avrà importanza quel che si è posseduto o che cosa si è fatto, ma quale è stata e quale è la nostra relazione ad altri, perché ciò è quanto si conserverà nella memoria di coloro che ci saranno accanto e/o che ci sopravvivranno…

Tutti dipendiamo dalle relazioni di cura, e in tal senso, dunque, la cura è il cuore dell’esistenza umana, specie nei nostri e altrui momenti di fragilità.

P. Adriano Moro, Camilliano