La solitudine, compagna maledetta e nemica

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Una condizione dilatata dal Covid. Il racconto della psicologa Chiara Bigolaro

Ma cos’è la solitudine? “E’ la condizione di chi è solo” è scritto nel primo vocabolario che mi capita sottomano. “E’ l’essere senza alcuno accanto” leggo nel dizionario dei sinonimi e dei contrari. Definizioni che possono essere giudicate appropriate da chi sceglie di restare solo. Però, quando senti di avere bisogno di qualcuno accanto e non lo trovi, allora la solitudine è una gran brutta compagna. La peggiore in assoluto.

Ci sono i titoli di due libri, in proposito, che la dicono lunga su questo tema, scritti a quattro mani da validissimi psichiatri come Marco Trabucchi e Diego De Leo: “Maledetta solitudine” e “Nemica solitudine”. Maledetta e nemica, soprattutto quando indossa gli abiti del peggiore dei seminatori e sparge su corpi già provati i germi dell’abbandono, della vulnerabilità e della fragilità.

Lei, la solitudine, asseriva il regista Bernardo Bertolucci, ha due facce: può essere la più atroce delle condanne o una meravigliosa conquista. Ecco, per gli anziani che sono ospitati nelle case di riposo, in questo tormentato periodo, con il Covid che fa carta straccia delle abitudini e che quasi azzera i rapporti con i propri cari, è la più tremenda delle condanne. Quella che dilata a dismisura le distanze o le rende insuperabili.

Dalla sera alla mattina, un mostriciattolo di virus impone la solitudine a persone avanti con gli anni e lontani da casa, privandoli degli abituali punti di riferimento e delle loro poche sicurezze. Si spegne la luce. Ora sei solo, con le tue insicurezze e le tue paure. Così per mesi. E’ come uscire dal frastuono di un campo di gara e piombare nel buio e nel silenzio di colpo. C’è da impazzire. Si apre un’autostrada verso la depressione. Si precipita in un vortice di sofferenze che lasciano il segno e che spesso sono la causa di tracolli irrecuperabili.

Di lotta a questo dramma, dilatato dal Covid, si è parlato anche a Padova proprio nella “Giornata nazionale contro la solitudine dell’anziano”. Al convegno dal titolo “La città e le sue solitudini”, patrocinato dal Comune di Padova, dal Progetto Città Sane e dalla Fondazione De Leo Fund Onlus, erano iscritti i nomi di maggior peso della psichiatria italiana, di professori di vari atenei e di responsabili di fondazioni che rivolgono il loro impegno verso gli anziani in particolare.

Per AltaVita-Ira hanno partecipato Chiara Bigolaro, psicologa e psicoterapeuta, e il medico Roberto Ramon. Con rapidi colpi di pennello hanno dipinto un quadro quanto mai realistico relativo al Centro Servizi Beato Pellegrino: “Dal 22 febbraio niente è più lo stesso, I familiari hanno dovuto ridurre gli incontri con gli ospiti, fino a rendersi necessaria la sospensione per l’emergenza pandemica in atto. Si è creata una netta demarcazione fra dentro e fuori. Le attività dei reparti sono state riviste in ottemperanza alle normative previste dai vari DPCM (Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri) e quelle programmate, aperte alla cittadinanza, sospese”.

Ancora: “La vicinanza effettiva (declinata nelle sue diverse componenti sia fisica che affettiva) e condivisione di tempi di vita, cui ospiti, familiari e personale erano da sempre abituati, sono venute meno. Tutti abbiamo dovuto ripensarci, per rimodulare il nostro agire ed il nostro essere con in termini di vicinanza emotiva, ospiti, personale, familiari”.

Chiara Bigolaro ha sottolineato come la solitudine sia profondamente personale: “le sue cause, le sue conseguenze e in effetti la sua stessa esistenza sono impossibili da terminare senza riferimento all’individuo e alla propria scala di valori, bisogni, desideri, sentimenti”. Poi la psicologa di AltaVita ha riportato le considerazioni di eminenti studiosi sulla solitudine, unanimemente riconosciuta tra le più importanti questioni che deve affrontare la società che invecchia:  “l’effetto della solitudine e dell’isolamento può essere dannoso per la salute quanto il fumo di 15 sigarette in un giorno” e “la solitudine è  più dannosa dell’obesità”(Julianne Holt-Lunstad, psicologa dell’Università di Brigham Young); “le persone sole corrono un rischio maggiore di insorgenza di disabilità e malattie cardiovascolari” (James e altri, 2011); “la solitudine mette gli individui a maggior rischio di declino cognitivo, e uno studio ha concluso che le persone sole hanno una probabilità maggiore del 64% di sviluppare demenza clinica” (Valtorta ed altri , 2016); per poi concludere con un’altra considerazione di Julianne Holt-Lunstad: “sembrerebbe che la solitudine incrementi il rischio di morte del 29%.

Nelle strutture di AltaVita la solitudine – ha ricordato Chiara Bigolaro, ha colpito ospiti, familiari, professionisti ma anche persone che venivano a trovare gli anziani e si tenevano reciprocamente compagnia; ha colpito poi quanti -esterni-  avevano individuato nei centri servizi un punto di incontro e di aggiornamento.

Diversi i fattori, secondo la psicologa di AltaVita, che hanno concorso ad alimentare anche nei familiari stati di ansia e vissuti di solitudine: intanto il distacco imprevisto, impossibilità delle visite routinarie, l’incalzare quotidiano di notizie di cronaca allarmanti; ancora, il venir meno del confronto diretto e abituale con i professionisti e l’urgenza di essere prontamente aggiornati sull’evolversi delle condizioni psico-fisiche degli ospiti; da ultimo, il divedersi fra più ruoli non solo di familiare dell’ospite (ma anche  di coniugi, genitori, nonni, fratelli, sorelle)  e il vivere la complessità della pandemia anche fra le mura domestiche e sulla propria pelle di individui.       

ìChiara Bigolaro ha elencato le risposte di AltaVita nella quotidiana battaglia alla solitudine (attivazione di numeri telefonici per aggiornare i familiari, utilizzo delle nuove tecnologie, incremento delle videochiamate, produzione di modalità alternative di comunicazione e allestimento di postazioni particolari per le visite per garantire la sicurezza), giudicandole positive. Ha evidenziato l’apprezzamento dei familiari per il servizio di videochiamata, “diventato anche veicolo di condivisine di spazi e di sprazzi di vita a distanza”, così come l’atteggiamento del personale in occasione delle visite in presenza, chiamato a farsi ponte fra l’anziano e i loro cari.

L’ultima parte del suo intervento al convegno sulla solitudine, Chiara Bigolaro l’ha riservata alla propria esperienza di professionista: “Già provati da stigmi riguardanti la categoria istituti di riposo, ci siano trovati catapultati in una situazione mai sperimentata prima, anche a detta di quelli che hanno molti anni di servizio alle spalle. Nella fase iniziale abbiamo avvertito anche la fatica di dover in qualche modo concorrere a dare forma a qualcosa che giorno dopo giorno era in divenire, agendo secondo le indicazioni che venivano date, ma sempre percependoci in una situazione di continua emergenza. Gli operatori dal momento della progressiva sospensione delle visite, hanno modulato l’assistenza in funzione rassicurativa e maggiormente supportiva, ma hanno dovuto far fronte anche alla rabbia o al disappunto di alcuni ospiti e familiari che vedevano in loro il pericolo perché a contatto con l’esterno. I servizi impegnati a tenere i rapporti con i familiari hanno avvertito la sofferenza e le preoccupazioni degli interlocutori, molto è stato fatto dal personale, ma non tutto è stato compreso. Anche questo ha alimentato un senso di solitudine e di mortificazione in quanti lavorano in queste realtà”.

E “dentro” come può sentirsi un professionista? “Ancor più in questi giorni –ha detto Chiara Bigolaro – ci sentiamo sospesi fra due sponde: il curare e l’assistere e l’essere noi stessi bersaglio del virus alla luce di questa seconda ondata pandemica. Lo stato continuo di allerta sta notevolmente affaticando i professionisti. Vi è inoltre un senso di frustrazione per la sottostima da parte di alcuni dell’emergenza in atto e dei sacrifici finora compiuti dagli anziani, dai familiari e da noi tutti”.