La cura è un atto d’amore

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Quaderno Spiritualità e cura

Una riflessione del professor Marco Trabucchi

Pubblichiamo un intervento del professor Marco Trabucchi sul tema “spiritualità e cura”. E’ un approfondimento che arricchisce il dibattito su salute e sfera spirituale voluto da AltaVita-Ira e sviluppato in due momenti: un convegno al Centro Servizi “Beato Pellegrino” e la presentazione, cui ha partecipato lo stesso prof. Trabucchi, di un “Quaderno” allo Studio Teologico del Santo che raccoglie le tesi dei quattro relatori al convegno, il camilliano Adriano Moro, il medico palliativista Paolo Forzan, la psicologa Chiara Bigolaro e monsignor Renzo Pegoraro, cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita.

La cura delle persone è stata caratterizzata in questi anni da un continuo miglioramento delle tecniche clinico-assistenziali, arrivando ad ottenere importanti risultati per la conquista e il mantenimento della salute. E’ però necessario che in una cura vera si sappiano cogliere tutti gli aspetti della complessità di una persona, quelli somatici, quelli psicologici e quelli sociali.

L’attuale situazione demografica costringe a prendere in esame soprattutto il prendersi cura delle persone anziane. Le difficoltà che incontra un anziano sono determinate da condizioni che si intersecano fra loro, in modo non schematizzabile a priori, e quindi difficilmente analizzabili nelle loro interazioni. Chiunque volesse semplificare non otterrebbe risultati utili per migliorare la qualità della vita in generale, e nemmeno la possibilità realistica di intervenire sulle singole malattie. Per questo è bene utilizzare un approccio più profondo quando si affronta una riflessione sulla cura, non trascurando, in particolare, le dinamiche che riguardano la sfera spirituale. 

Chi presta le cure incontra l’altro, che deve essere preso in carico con la consapevolezza che manifesta anche il bisogno spirituale di coltivare la speranza. Il medico, come ogni altro operatore, incontra un corpo, ma anche un’anima, che va alimentata con la rassicurazione che si è in grado di offrire speranza col proprio impegno professionale. Ci si deve occupare, quindi, del futuro clinico delle persone da curare, garantendo il massimo dell’attenzione e le terapie, in particolare quelle dedicate ai sintomi disturbanti (dolore, problemi digestivi e intestinali, infezioni, ecc.), ma anche del futuro psicologico – “non ti abbandonerò mai”- pronunciato da chi sente il dovere di accompagnare senza soste.

Questa affermazione determina un impegno a comprendere gli aspetti più profondi della vita, non sempre facilmente identificabili, ma che non possono sfuggire all’attenzione del curante che voglia compiere un atto di accompagnamento e di presa in carico efficace. E’ un rapporto che aiuta a sostenere la fiducia nel futuro per far vivere in pace con se stessi e con l’ambiente, condizione che alimenta la serenità spirituale. In questa prospettiva qualsiasi lavoro assistenziale è un atto dello spirito perché, pur nei compiti più modesti e concreti, vi è sempre una volontà che trascende, una risposta all’imperativo di volere il bene del proprio simile.

La persona è una realtà unitaria anche se l’umano ha un fondamento biologico. Ciò non implica, però, un approccio materialistico, perché se è il cervello che ha il compito di esprimere contenuti, questi lo superano e permettono alla persona di guardare in alto, iniziando così un percorso che costruisce la sua autonomia, autoarricchente. D’altra parte, questa problematica, del tutto attuale, si intreccia con quella relativa all’intelligenza artificiale e ai nuovi linguaggi che, secondo alcuni, saranno a breve in grado di autoanalisi e quindi di utilizzare le logiche dell’etica per definire una visione del bene e del male.

Fiduciosi che la scienza non può cancellare lo spirito, coltiviamo una concezione della cura che è un atto d’amore e un incontro spirituale; è sempre un fare per l’altro. “Io amo con te” è la massima espressione di una spiritualità intensa che lega due persone. E’ quindi anche l’affermazione di un atto di speranza, perché garantisce la vicinanza, nell’impegno reciproco di riparare il mondo e se stessi. La speranza è una virtù, “la più piccola ma la più forte” (Papa Francesco), fondata su un noi che lentamente si riveste di aspetti carnali.

La cura, perciò, è attenzione anche alla religiosità, che alimenta la nostra capacità tutta umana di percepire la realtà nella sua profondità e non semplicemente nella sua estensione e superficialità. Componente essenziale della spiritualità è, per il credente la preghiera, quella speciale capacità dell’individuo di fidarsi del Signore, di fidarsi dell’altro; di credere che il Signore si occupa dei suoi figli attraverso le cure fornite da un proprio simile. La preghiera, espressione dello spirito, attiva un complesso di sentire positivo, impone un’uscita dal se’ per costruire un bene per la comunità.  

Infine, si deve ricordare che la cura, per essere efficace, ha bisogno di essere esercitata con il massimo di professionalità, che non esclude aspetti tecnici e che, anzi, vengono attivati nel miglior modo possibile allo stato dell’arte e che tuttavia devono essere sostenuti da virtù essenziali: generosità, impegno gratuito, pazienza per capire l’altro e, in particolare, mitezza. Un’ attitudine, quest’ultima, profondamente collegata al rispetto della reciproca intrinseca spiritualità, che consente di mantenere il più possibile l’identità e quindi la libertà della persona da curare.

                                             Marco Trabucchi