I mille volti della solitudine. Combatterla è un’opera di civiltà.

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La solitudine? Un tema ancora poco compreso, anche se è peggio della depressione. Tuttavia il livello di attenzione sta crescendo e lo testimoniano gli oltre 450 studi prodotti negli ultimi anni in tutto il mondo.

Anche perché la solitudine è un tema che interessa tutti per i danni che procura al fisico, a cominciare dall’ipertensione, per arrivare a diabete, ictus e ad altre gravi patologie.

Lo afferma il prof. Diego De Leo, organizzatore del convegno “Covid, isolamento, solitudine” che si è svolto a Padova, al Centro culturale San Gaetano, in occasione della quinta “Giornata nazionale contro la solitudine dell’anziano”.

De Leo sostiene anche che la solitudine fa morire: è soprattutto nella fragilità che si fa largo, peggiorando la qualità della vita, determinando depressione e aprendo le porte al suicidio.

La solitudine non si vince ingerendo elisir di lunga vita e accontentandosi di promesse di vita eterna che arrivano, ad esempio, da integratori che non controlla nessuno.

Oggi ci dicono che possiamo comprarci anche del DNA. Nei soli Stati Uniti la gente che si sente sola spende miliardi di dollari ogni anno.

Per sconfiggere la solitudine, secondo De Leo, non esiste un unico intervento efficace e non si può configurare questo grave problema esclusivamente in ambito medico.

Tutti devono occuparsene, a partire dalle scuole. Come? Con linee d’ascolto, tea parties, telefoni contro la solitudine anche solo per dare informazioni, chiamate attive da parte dei servizi in modo da mantenere contatti periodici con chi si sente solo, assessorati e ministeri ad hoc.

Oggi altri programmi scientifici contro la solitudine si stanno sviluppando. Ben vengano, perché è tempo di intervenire, altrimenti la situazione rischia di andare fuori controllo.

Si deve prendere atto che la solitudine è dolorosa e angosciante e che una mancanza di connessioni sociali pone un rischio di morte anticipata, come le malattie più gravi.

Ma quale è la percentuale delle persone che vivono la solitudine nelle varie fasce d’età? Il 20 per cento degli adolescenti, fino al 30 per cento degli adulti e fra il 40 e il 50 per cento in età avanzata.

Dati significativi, illustrati da Ketty Vaccaro, responsabile dell’area welfare e salute del Censis. Tuttavia la pandemia ha reso ancor più negativi questi dati, mettendo a nudo la debolezza del nostro sistema ed evidenziandone le contraddizioni.

Il numero di chi convive con gravi fragilità cresce sempre più. Non vi è alcuna differenza di genere nell’esperienza della solitudine. La società se ne deve rendere conto.

La stessa geografia dei servizi nelle grandi città, ad esempio, oggi è nemica dei più vulnerabili: lungo una via centrale trovi in quantità negozi di vestiti e di scarpe e neanche un fruttivendolo; i bar sono sempre più sofisticati ma sono assenti i locali di aggregazione.

Secondo Silvia Vettor, trevigiana, psicologa, responsabile della rete Alzheimer dell’ISRAA, la fragilità dell’assistenza agli anziani si sta acuendo, mentre avanzano la cultura dello scarto e le fragilità legate alla solitudine.

E si fanno strada i timori di effetti irreversibili. I rimedi? Mettere in campo risorse per le famiglie che scelgono di tenere in casa l’anziano e ripensare, ad esempio, la figura delle badanti (il 100 per cento teme il contagio da Covid e il 70% prende tranquillanti) e il ruolo delle RSA.

E quando una persona cara se ne va, come è la solitudine di chi resta? C’è una sorta di spaesamento di fronte alla morte, si fa strada un sentimento di impotenza.

E’ una esperienza quasi impossibile da descrivere a parole. E’ stata toccante la testimonianza portata dall’attrice Evelina Nazzari che ha parlato delle scomparsa dei genitori e del figlio di 26 anni. “Ho trasformato il dolore e l’abbandono, ho cercato di riempire le ferite. La letteratura mi ha dato molto, così come il teatro. Credetemi, ricercare l’equilibrio in questi casi è un esercizio da sonnambuli”.

In genere, quando si parla di RSA, si fa sempre riferimento alla solitudine degli anziani. Ma chi opera a contatto con gli ospiti di una residenza sanitaria che tipo di solitudine vive?

Con il cuore in mano Sandra Nicoletto, direttore generale di AltaVita-Ira ha raccontato “la solitudine a modo mio”, vissuta all’interno della casa di riposo più longeva di Padova.

“Un’esperienza che mi ha fatto navigare in un mare di dubbi, molto spesso in solitudine.

Non una solitudine cercata, desiderata, ma la solitudine di chi vede difficile anche solo immaginare il futuro”.

Ancora: “E’ difficile descrivere la solitudine che ho provato nei mesi più difficili della pandemia da Covid. Le giornate – ricordo –non finivano mai. Non si contavano le ore di lavoro. Il riposo ridotto al minimo, il rapporto familiare pressoché annullato.

Non c’era tempo se non nel cercare di tamponare una situazione che in ogni momento rischiava di sfuggire dalle mani. Tutto era cambiato all’improvviso, tutto pretendeva sempre più disponibilità e impegno.

Per mesi non è stato possibile parlare di futuro e l’impegno era tutto focalizzato nella gestione giorno per giorno dell’emergenza”.

Poi: “Ricordo ciò che l’impatto della pandemia ha preteso da tutti noi dirigenti: in termini di sicurezza per gli utenti e gli operatori, in termini di riorganizzazione dei servizi e degli spazi, in termini di risorse economiche, di rapporti con le istituzioni, di comunicazione con i famigliari e con il territorio…

Insomma, il lavoro non mancava davvero. E il compenso quale è stato per quest’esperienza così stressante? Elogi, soldi, strette di mano? Neanche per sogno. Sono arrivate accuse dure come pietre”. Il finale: “Ora fortunatamente è acqua passata per alcuni aspetti… Credetemi mi sento una sopravvissuta, perché, spero siate tutti d’accordo, è dura andare avanti avendo accanto a sé solo la propria solitudine”.

Alla fine degli interventi della mattinata è arrivato il monito di mons. Renzo Pegoraro, della Pontificia Accademia per la Vita: l’uomo è portato a vivere come esistesse solo un primo tempo.

Ci si preoccupa della pressione, del colesterolo alto, quasi mai dell’”ars moriendi”, quando invece c’è la necessità di affidarsi, di dare un senso al proprio declino. Come? Curando anche gli aspetti etici per gestire al meglio la parte terminale della propria vita.

Nel pomeriggio si è parlato delle “helpline e la solitudine” (Giovanna Fernandes, Genova), di robotica sociale (Cristian Leorin, Padova) e dell’azione del biologo nelle sfide alla solitudine (Stefano Govoni, Pavia).

Nel corso della tavola rotonda finale, Mariapia Garavaglia ha raccontato la sua esperienza di amministratrice nella battaglia alla solitudine.

Conclusioni affidate al professor Marco Trabucchi: bisogna incentivare le conoscenze dei motivi e delle cause che hanno portato a questa difficile situazione; la solitudine schiaccia la personalità, toglie libertà e dignità; cercare la sconfitta della solitudine è un’opera di civiltà”.