Le solitudini di ieri e di oggi: spunti per coltivare il futuro.

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Dal convegno “Un Beato per amico” messaggi  per aiutare i più fragili

Ma quante facce ha la solitudine? Tante, tantissime. Ne conta sicuramente più di un dodecaedro. Il suo aspetto, così intrigante, spazia fra due aggettivi, dal significato opposto: beata e maledetta.

I diversi volti delle solitudini sono stati coniugati da una psicologa e da due sacerdoti nel corso del convegno “Un Beato per amico”, organizzato da AltaVita-Ira nell’ambito delle celebrazioni del bicentenario.

La psicologa, Cosetta Derni, che opera ad AltaVita-Ira da una ventina di anni, ha raccontato la solitudine indotta dalla pandemia, che ha costretto tutti “su sentieri impervi, dove le esperienze di essenzialità della vita e della morte sono diventate centrali nella quotidianità di ognuno, fra sensazioni di sconforto, di smarrimento, di paura, e di ricerca di significati e… di speranza”. Un aspetto tra i più cruciali dell’oggi.

Stefano Dal Santo, responsabile della Biblioteca Capitolare della Diocesi di Padova, ha parlato di una solitudine di “ieri”, rievocando la figura del Beato Antonio Pellegrino, che nato ricco ha voluto farsi povero, preferendo la vita da emarginato all’agiatezza.

Un giovane padovano, laico, vissuto 800 anni fa, ma che non ha perso di attualità. “Il Beato Antonio, infatti, ha incarnato i valori della solidarietà, ha vissuto sulla propria pelle cosa significa essere e morire solo. Ancora oggi ci invita a vivere – ha detto Dal Santo – soprattutto in una istituzione come AltaVita, stando vicino agli altri, accogliendoli con amore, coraggio e forza d’animo”.

Solitudine, indotta oggi dal Covid che ha negato persino un abbraccio o una stretta di mano, ma non dissimile da quella inflitta, quasi otto secoli fa, al Beato Antonio Pellegrino il cui amore per il più fragile è stato più forte degli stenti cui è stato sottoposto.

La solitudine, cercata o imposta, indotta o ingenerata, è una compagna di viaggio della vita, nostra e del nostro prossimo. Su questo tema ha invitato a riflettere un altro sacerdote, Renzo Pegoraro, cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita, vero filosofo dell’esistenza. Ha parlato del “Dono della vita”, in un mondo che deve sapere creare alleanze, con un patto fra le generazioni.

Il concerto a più voci sul tema della solitudine si era aperto con il saluto ai partecipanti del neopresidente di AtaVita-Ira, Stefano Bellon: “Fa piacere partire con questo mio nuovo incarico cominciando da questo convegno, Un Beato per amico, che intende affrontare l’aspetto più critico e più importante indotto dalla pandemia.

La solitudine è stata anche un elemento, in particolare, di contrasto vissuto dagli operatori, dagli ospiti e dai loro famigliari. Per fortuna, ormai tutto questo, ce lo stiamo mettendo alle spalle e possiamo guardare al futuro con occhi positivi.

E’ stato un aspetto difficile da affrontare. Le solitudini appartengono all’anziano, ma con queste forti connotazioni pochi le hanno potute conoscere e affrontare durante la loro vita professionale. AltaVita-Ira ha affrontato con decisione e professionalità la pandemia e tutti i suoi aspetti critici, regalandoci la certezza che oggi possiamo guardare al domani con fiducia”.

Prima degli interventi dei tre relatori, hanno portato il loro saluto Fabio Verlato, direttore dell’Azienza Ulss 6 Euganea (ha ricordato gli ottimi rapporti di collaborazione fra Ulss e AltaVita), Giuseppe Dal Ben, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera di Padova (ha espresso piacere per il suo primo contatto con AltaVita, dicendosi altresì convinto che sta per essere superato il “momentaccio dovuto a questo virus che non conosciamo ancora del tutto”) e l’assessore comunale di Padova, Cristina Piva (“grazie a tutto il personale di AltaVita che ha operato  in questi difficili mesi, non solo con le mani e con la testa, ma soprattutto con il cuore).

Il giornalista Francesco Jori, che ha scandito da par suo lo svolgimento del convegno, “legando” con considerazioni molto appropriate i vari interventi, ha letto gli indirizzi di saluto del presidente della Regione Veneto, Luca Zaia (“grazie per aver saputo fare squadra con la comunità veneta”) e dell’assessore regionale alla Sanità, Manuela Lanzarin (“AltaVita è stata una barriera contro la solitudine e l’angoscia durante la fase più acuta della pandemia”).

 Pandemia da SarsCov2 o qualcosa di più complesso? Per Cosetta Derni si è trattato di “una vera e propria sindemia, dove l’insieme delle patologie pandemiche non solo sanitarie, ma anche sociali, economiche psicologiche hanno interessato i modelli di vita delle persone e la cultura stessa delle relazioni umane”.

Non solo il corpo ne ha subito le conseguenze. “Gesti abituali come una stretta di mano, una carezza, un bacio, non sono più stati possibili, portando una dolorosa spaccatura fra vita biografica e vita biologica di ognuno.

Gli occhi sono rimasti l’unica parte visibile del nostro volto, della nostra identità”. L’isolamento iniziato come misura di protezione che ha portato, poi, al congelamento dei rapporti interpersonali e alla solitudine. Con le RSA ridotte a “castelli assediati”, con gli ospiti chiusi nelle “fortezze”, lontani dagli affetti più cari.

Così che la vita nelle RSA è stata come “un navigare in mare, durante una tempesta”, nel buio più fitto, senza neanche una stella come riferimento.  Uno smarrimento che ha prodotto paura e la paura che ha generato angoscia e solitudine.

Le voci degli ospiti di quei interminabili mesi, Cosetta Derni non le potrà mai scordare: “mi sento sola”, “mi sento come in un deserto immenso”, “il tempo non passa mai”, “la solitudine mi toglie le forze”, “per fortuna che ci siete voi operatori”, “siete la nostra famiglia”.

“Così – ha aggiunto la psicologa– ci siamo messi in ascolto. Abbiamo ricercato nuove reciprocità, abbiamo promosso e attuato una nuova cultura della prossimità. Si è cercato il senso della cura nel cammino dell’esistere, interrogandoci su come poter continuare ad agire e riempire i vuoti di un accompagnamento mancato”. Poi è stato rimesso in primo piano l’amore: amore nella sua dimensione esistenziale che ha bisogno di esprimersi in atti e che diventa protezione.

“Grazie all’educazione del cuore– ha concluso Cosetta Derni- è possibile tessere relazioni di autentica vicinanza, condividere sentieri di fragilità, con una solidarietà capace di umanizzare la presenza nonostante il distanziamento, e scoprire di non essere soli nel misterioso cammino che è il viaggio della nostra vita”.

Quell’amore il Beato Antonio Pellegrino non l’ha trovato quando è ritornato dai suoi viaggi sui luoghi delle testimonianze del cristianesimo, come ha sottolineato Stefano Dal Santo.

Era ritornato nella sua Padova con un bagaglio d’amore per il prossimo e con una fede incrollabile. Nessuno lo ha riconosciuto, o voluto riconoscere. Così morirà solo, emarginato e straniero nella sua città, una città che era preda di ingiustizie, atrocità, guerre, sopraffazioni.

Lui, ha detto Dal Santo, senza alcuna appartenenza, era ricco solo della sua “santità battesimale”, attinta e rafforzata durante la sua giovinezza lontana da ogni frastuono, nella consapevolezza, come è stato affermato, che quando uno uomo bussa alla porta della solitudine ad aprire la porta è sempre Dio.

“Furono i padovani ha volerlo santo. Un santo voluto dalla gente. Aveva le classiche virtù di un giovane che aveva donato la sua vita al servizio degli altri: la purezza dei costumi, la povertà, la carità, la fede, la pazienza, la devozione”.

Ma cosa aveva di speciale allora? Per rispondere alla domanda, Dal Santo ha ricordato le parole dello storico padovano Antonio Rigon che al Beato Pellegrino ha dedicato studi approfonditi e scritto numerosi libri: “Con il Beato Pellegrino salirono sugli altari la debolezza del ragazzo, l’insicurezza del pellegrino, la marginalità dell’escluso, la solitudine del forestiero, l’umiliazione dello straniero, la provvisorietà del povero”.

Esprimere questi valori in quell’epoca, in particolare, voleva indicare uno stile di vita evangelico, completamente diverso, persino fonte di felicità”.

Che insegnamento trarne? “Questa struttura che si occupa di fragilità, che si occupa, aggiungo, con competenza e concretezza di fragilità, ha nel Beato Pellegrino che ha saputo farsi prossimo e incarnare il valore della vicinanza e della solidarietà, un amico che ci invita a vivere la preziosa mission che AltaVita si è data già 200 anni fa con l’impegno dell’amore per il fragile, dell’umiltà, del coraggio e anche della forza d’animo”.

Per Renzo Pegoraro ci sono tanti valori da recuperare in questa vita che ci è stata donata, che sono soprattutto amicizia, solidarietà e amore verso gli altri viventi.

E’ un errore vivere sulla difensiva, nascondersi, voler fermare il tempo. Si devono far fruttare i talenti che ci sono stati donati quando ci è stata data la vita. Dobbiamo costruire storie, gettare ponti, in ogni fase della vita.

Poi il pensiero è andato alla terza e quarta età: “Alla fine dell’esistenza – ha aggiunto- ci deve essere qualcuno vicino che ti aiuti a capire che la vita ha ancora senso.

Strutture come AltaVita diventano espressione di una società che si prende cura dei propri anziani e che testimoniano che ha vita ha ancora un senso perché ci sono persone che dedicano tempo, risorse, energie, spazi, competenze per prendersi cura di te, per accompagnarti, alleviare dolori e sofferenze, accudirti.

Diventa significativa l’esistenza di questa realtà che richiama due elementi: un patto fra generazioni e il rifiuto della cultura dello scarto. Non è semplice dire che oggi esiste questo patto fra generazioni.

Non si deve viaggiare su binari paralleli, ma muoversi con scambi e incroci. In realtà come AltaVita ci sono questi scambi e incroci fra anziani, le loro famiglie, i giovani. Qui si creano alleanze fra le generazioni.

Qui non operano monatti che raccolgono i resti della società abbandonata, ma operatori che sono la più alta espressione di una società che sa prendersi cura anche di chi sta concludendo la propria esistenza.

Un patto di questo tipo è di alto livello di una umanità che mette all’angolo la cultura dello scarto, e di una società che tende a lasciare indietro, a non curarsi del disabile e di chi non è più produttivo o che intralcia la corsa del mondo e del progresso.

Il progresso è anche occuparsi dell’anziano, perché c’è tanto bisogno della sua saggezza. Bisogna guardare al futuro con la consapevolezza del passato. Bisogna riscoprire la bellezza del vivere e ricomprendere il senso del dono della vita, accompagnato dalla cultura del sostegno e della solidarietà, valori che qui in AltaVita vivono da 200 anni e che costituiscono la certezza di un futuro prezioso per la nostra comunità”.

Due i messaggi finali. Francesco Jori ha invitato a cogliere anche un aspetto positivo portato dal Covid, vale a dire la lezione che ci ha fatto toccare con mano che gli anziani non sono esodati dalla vita, ma cittadini a pieno titolo, e che il vaccino della solidarietà è una medicina salvavita.

Il direttore generale di AltaVita-Ira, Sandra Nicoletto ha sottolineato il valore del ripristino dei legami di comunità e ha indicato quelle che sono le armi più appropriate per dare un senso compiuto all’assistenza: la fragilità si può aiutare, alleviandone le conseguenze, soprattutto facendo ricorso alla bontà e al lavoro.