Quando la spiritualità induce effetti positivi sulla salute

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Oltre trent’anni di studi lo confermano

Spiritualità e salute: due entità che possiamo immaginare come pianeti con i quali una persona può avere contatti in ogni momento della propria vita.

Uno non esclude l’altro, al punto che possono essere contemporaneamente “vissuti”. E questi due pianeti possono interferire fra loro, influenzando un individuo, producendo, è stato riscontrato, effetti positivi.

Su questi “effetti” si sofferma, in un recente numero, l’americano JAMDA (Journal of the American Medical Directors Association) che torna a definire “positiva” la ricaduta della spiritualità su alcuni risultati di salute.

In particolare, secondo gli autori, ha consentito di prevenire negli ospiti di strutture residenziali gli effetti negativi indotti dall’isolamento conseguente alla pandemia.

I dati non lasciano dubbi, al punto che ne discende una raccomandazione: attenti, la spiritualità è alleata della nostra salute.

Va tuttavia ricordato che l’accostamento spiritualità-salute torna frequentemente in studi, sperimentazioni e ricerche soprattutto americane.

C’è uno studio – ricordato anche dal geriatra Valter Giantin, presidente del Comitato Etico di AltaVita-Ira nel libro “Vivere a lungo e con successo” – che riporta dati francamente sorprendenti.

Lo studio in questione è iniziato nel lontano 1992 ed è stato completato vent’anni dopo, nel 2012, valutando ben 74.534 infermiere statunitensi che avevano 60 anni all’inizio della sperimentazione.

Alcune erano cattoliche, altre protestanti, altre ancora non credenti.

Siamo di fronte a uno studio “prospettico”, di tutto rispetto per numerosità, per lunghezza del monitoraggio, per accuratezza della raccolta dei dati e qualità della loro analisi.

Le infermiere hanno periodicamente completato una serie di test e questionari, tra cui quelli relativi alla pratica del proprio credo, quando presente.

“In questa ricerca – commenta il dottor Giantin – nel corso di 20 anni, sono avvenuti 13.537 decessi, di cui 2.721 per cause cardiovascolari e 4.479 per cancro.

Sorprendentemente, dopo aver controllato (tramite un aggiustamento multivariato) i principali fattori di stili di vita, la partecipazione a una funzione religiosa più di una volta alla settimana è stata associata a una mortalità (per tutte le cause) significativamente inferiore del 33% rispetto alla non partecipazione, con una riduzione, in particolare, del 27% della mortalità cardiovascolare e del 21% di quella per cancro.

Da una mole di dati ancora superiori (89.708 soggetti studiati fra il 1996 e il 2010), appartenenti allo stesso campione di studio è emerso, inoltre, come la frequenza alle funzioni religiose una volta alla settimana o più è stata associata a un tasso di suicidi cinque volte inferiore rispetto alla non partecipazione”.

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Non è questione di essere credenti o “laici”. Sono i numeri a parlare e “documentano” le valenze benefiche della preghiera condivisa, del canto, della ritualità.

Sono, in altre parole, potenti calmanti dei tumulti del cuore. La calma interiore nelle difficoltà della vita risulta essere un potentissimo scudo contro i danni da stress e contro la disperazione (proprio nel senso di “perdita di speranza”).

La fede ha – secondo le ricerche –  uno straordinario potere di conforto, di consolazione, di sollievo. Aiuta a dare un senso agli eventi in cui, con umiltà, la persona cerca di accettare l’altrimenti inspiegabile pesantezza e, a volte, atrocità della sofferenza.

Nel recente studio americano dedicato alla “spiritualità nelle malattie severe e nella salute” – riportato nell’ultima settimana di agosto dal notiziario dell’AIP (Associazione Italiana di Psicogeriatria)- vengono formulate alcune raccomandazioni: bisogna incorporare ordinariamente la cura spirituale nelle cure mediche di pazienti con malattia grave; includere l’educazione alla cura spirituale nella formazione di tutti i membri dell’équipe sanitaria interdisciplinare che si occupa di malati gravi; includere professionisti specializzati nell’assistenza spirituale (p. es., cappellani) nella cura di pazienti con malattie gravi.

Altre implicazioni suggerite: incorporare approcci centrati sul paziente e basati su prove scientifiche in merito alle associazioni benefiche tra partecipazione alle comunità religiose/spirituali e miglioramenti nell’assistenza medica e nella salute della popolazione; aumentare la consapevolezza tra i professionisti della salute pubblica della valenza scientifica dell’effetto protettivo della partecipazione alle comunità religiose/spirituali; riconoscere la spiritualità come fattore sociale associato alla salute nella ricerca, nella osservazione delle comunità, e nella applicazione di programmi.

Il dott. Tyler Vander Weele, ricercatore della Harvard’s School of Public Health e coautore di uno degli ultimi studi pubblicati, ha parlato di religione e spiritualità come «risorse sottovalutate, che i medici potrebbero utilmente esaminare con i pazienti”.

L’attenzione alla componente spirituale e religiosa della persona è un tema sempre più presente nelle pubblicazioni scientifiche perché la capacità di gestire la propria situazione di vita di fronte alla sofferenza fisica e la conseguente accettazione interiore possono aiutare ad affrontare la malattia, influenzandone il decorso.

 In alcune ricerche è emerso che “credere”, cosa che contribuisce a dare un senso alla dimensione umana, migliora lo stato depressivo contingente il dolore fisico e, in alcuni casi, migliora l’efficacia della terapia. 

“Scientificamente – osservano i ricercatori – si potrebbe ulteriormente indagare sulle cause di tali effetti benefici che verosimilmente insorgono con meccanismi psicosomatici.

Anche gli studi sull’effetto placebo potrebbero fornire indicazioni interessanti, sebbene la ricerca empirica del nesso di causalità tra fede e benessere psicofisico potrebbe entrare in ‘conflitto’ con le convinzioni personali: dire ad un credente che il suo benessere non dipende da Dio, ma semplicemente dal suo ‘convincimento’ profondo (illusorio per una persona atea) che innesca risposte psichiche e biologiche (come una sorta di ‘placebo spirituale’), potrebbe turbare il sentire comune.

Del resto un ateo o un agnostico che scelgono di dare senso alla propria vita attraverso i valori dell’etica e della morale non necessariamente hanno una marcia in meno nell’affrontare la malattia”.

La spiritualità dovrebbe essere incorporata nella cura sia delle malattie gravi che della salute generale.

Lo evidenzia sia lo studio condotto dai ricercatori dell’Harvard T.H. Chan School of Public Health e sia del Brigham and Women’s Hospital.

Il riferimento non è a una specifica religione, ma a un aspetto dell’umano che può risultare utile.

Gli studiosi hanno riscontrato che per le persone sane, la partecipazione a una comunità spirituale, come prendere parte a un servizio religioso, è associata a vite più sane, inclusa una maggiore longevità, meno propensione alla depressione e al suicidio e meno uso di droghe.

Per molti pazienti, la spiritualità è importante e influenza gli esiti chiave della malattia.

Ecco perché potrebbe essere inserita all’interno di un sistema di aiuto a livello sanitario.

Si tramuterebbe in una marcia in più per affrontare momenti a volte delicati e difficili, insopportabili in assenza di spiritualità, intesa come un modo d’essere che distaccandosi dalla materialità va verso un livello più profondo dell’esistenza e porta armonia ed equilibrio tra corpo, mente e spirito.