Alzheimer, tre lampi nel buio

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Nella lotta alla malattia nuovi studi aprono alla speranza.

Ogni tanto un lampo squarcia la tenebrosa cappa che opprime e sconvolge le menti di milioni di uomini e donne. E ad ogni bagliore ecco che si accende la speranza che l’Alzheimer possa essere fermato o addirittura, finalmente, sconfitto.

Negli ultimi tempi l’azione dei ricercatori per scalfire lo strapotere dell’Alzheimer si è fatta serrata, soprattutto dopo i ripetuti allarmi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che considera la lotta a questa malattia una priorità mondiale di salute pubblica.

Sono le cifre ad indicare la crescente incidenza di questo flagello: in Italia il numero totale di pazienti con demenza è stimato in oltre un milione, con tre milioni di persone, direttamente o indirettamente, coinvolte nell’assistenza ai loro cari (nel mondo sono non meno di 55 milioni le persone che convivono con l’Alzheimer). E secondo alcune proiezioni, i casi di demenza potrebbero triplicarsi nei prossimi 30 anni nei Paesi occidentali.

Ogni buon risultato conseguito dalla scienza serve a ravvivare la speranza che possa essere indebolito questo misterioso “Attila” che attacca e spegne le menti. Ogni volta si accende una luce e si ravviva la speranza.

Tre studi pubblicati in rapida successione stanno portando un po’ di ottimismo, perché i trattamenti proposti potrebbero rallentare la progressione della malattia di Alzheimer.

Un primo importante risultato è stato ottenuto dal Rockefeller Neurioscience Institute della West Virginia University. Gli scienziati hanno trovato il modo per aiutare i farmaci contro l’Alzheimer a penetrare più velocemente nel cervello, facendo temporaneamente breccia nel suo scudo protettivo.

Il problema da superare, come è noto, è costituito dalla cosiddetta barriera emato-encefalica, un rivestimento protettivo dei vasi sanguigni che impedisce a germi e altre sostanze dannose di penetrare nel cervello dal flusso sanguigno.

Questa porta sbarrata blocca anche i farmaci per l’Alzheimer, i tumori e altre malattie neurologiche, richiedendo dosi più elevate per periodi più lunghi perché raggiungano il loro obiettivo all’interno del cervello.

Ora attraverso una tecnologia di ultrasuoni focalizzati è stato possibile aprire temporaneamente dei varchi in questo scudo. Vengono iniettate bolle microscopiche nel flusso sanguigno. Quindi, attraverso un dispositivo simile a un casco, vengono inviate onde sonore a un’area cerebrale precisa.

Gli impulsi di energia fanno vibrare le microbolle, allentando le fessure della barriera in modo che i farmaci possano entrare. Questo studio condotto su pochi pazienti apre sicuramente la porta a studi più ampi e approfonditi.

Un secondo motivo di speranza nella lotta all’Alzheimer è costituito da un farmaco sperimentale che rallenta la progressione della malattia. Si tratta di un anticorpo monoclonale che aiuta a rimuovere la beta-amiloide, vale a dire la proteina che sta alla base delle placche caratteristiche della malattia. Riesce sia a ritardarel’aggravamento dei segni clinici della patologia sia a preservare la capacità dicompiere le normali attività quotidiane.

È quanto emerge da una sperimentazione clinica di fase III i cui dati sono stati pubblicati sul Journal dell’American Medical Association. I dati appena riportati si traducono in un rallentamento di 4-36 mesi.

Inoltre, in circa la metà dei pazienti trattati con il nuovo farmaco la malattia non ha mostrato peggioramenti clinici per almeno un anno, rispetto al 29% dei pazienti che avevano ricevuto il placebo.

Questi farmaci rappresentano “l’inaugurazione di una nuova era della terapia della malattia di Alzheimer”, si legge in un editoriale apparso sullo stesso numero della rivista. Restano però da sciogliere alcuni nodi. Ad esempio l’entità dei benefici clinici in relazione ai rischi di questi trattamenti. 

Un terzo importante studio ci dice che l’Alzheimer può essere individuato precocemente grazie alla presenza di alcune specie batteriche nell’intestino. La composizione del microbioma intestinale, infatti, può essere determinante per scoprire in anticipo i primi segni dei sintomi cognitivi connessi con la malattia.

A segnalare il tutto sono i risultati di uno studio della Washington University School of Medicine di Saint Louis, pubblicati sulla rivista Science Translational Medicine.

Già studi precedenti avevano evidenziato come le persone con Alzheimer avessero un microbioma intestinale alterato rispetto alla media. La nuova ricerca, che ha coinvolto 164 persone, ha ora scoperto che già dalla prima comparsa dei sintomi chi sviluppa la terribile patologia ha una differente composizione del microbioma.

Lo studio, ha inoltre catalogato le famiglie di batteri tipiche dei pazienti con demenza. Una volta confermati, i risultati potrebbero aiutare i medici a identificare precocemente le persone a maggior rischio di sviluppare la complessa malattia. “Non sappiamo ancora se sia l’intestino a influenzare il cervello o il cervello a influenzare l’intestino – ha commentato in una nota il coordinatore dello studio, l’esperto Gautam Dantas. In entrambi i casi, però, conoscere questo legame è prezioso. Potrebbe essere che i cambiamenti nel microbioma intestinale siano solo uno specchio dei cambiamenti patologici nel cervello. L’altra alternativa è che il microbioma intestinale contribuisca all’Alzheimer; in tal caso la regolazione del microbioma intestinale con probiotici o trasferimenti fecali potrebbe aiutare a cambiare il decorso della malattia ha concluso l’esperto.