Le bandierine di Francesco

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Il messaggio del Papa per la “Giornata mondiale del malato”

Nella pianura sterminata di vite sofferenti, fragili o che si avviano al tramonto, Papa Francesco, nel suo messaggio in occasione della “Giornata mondiale del malato”, pianta tre bandierine: vicinanza, tenerezza, alleanza.

E sottolinea con forza l’importanza delle relazioni umane nella cura dei malati unita alla necessità di un’alleanza terapeutica fra medico, paziente e famigliari.

Tutto questo accompagnato a un secco no alla cultura dell’individualismo, che porta all’abbandono e alla solitudine della persona anziana e malata.

Sono queste le raccomandazioni di Papa Francesco espresse in occasione della “Giornata” – che si celebra dal 1993 ogni 11 febbraio – e vuole fare aprire gli occhi su malati e fragili a un mondo troppo distratto da guerre ed egoismi.

 “La prima cura di cui abbiamo bisogno nella malattia – afferma il Pontefice – è la vicinanza piena di compassione e di tenerezza. Per questo, prendersi cura del malato significa anzitutto prendersi cura delle sue relazioni, di tutte le sue relazioni”.

Poi aggiunge: “Siamo venuti al mondo perché qualcuno ci ha accolti, siamo fatti per l’amore, siamo chiamati alla comunione e alla fraternità.

Questa dimensione del nostro essere ci sostiene soprattutto nel tempo della malattia e della fragilità, ed è la prima terapia che tutti insieme dobbiamo adottare per guarire le malattie della società in cui viviamo”


Rivolgendosi alle persone malate, il Papa afferma: “Non abbiate vergogna del vostro desiderio di vicinanza e di tenerezza! Non nascondetelo e non pensate mai di essere un peso per gli altri.

La condizione dei malati invita tutti a frenare i ritmi esasperati in cui siamo immersi e a ritrovare noi stessi”. Quindi, l’invito a prenderci “cura di chi soffre ed è solo, magari emarginato e scartato”.

L’amore vicendevole cura le ferite della solitudine e dell’isolamento, che sono la “vera malattia” e “così – aggiunge Francesco – cooperiamo a contrastare la  cultura  dell’individua-

lismo, dell’indifferenza, dello scarto e a far crescere la cultura della tenerezza e della compassione”.

Poi il messaggio per la trentaduesima Giornata mondiale del malato così prosegue: “Anche nei Paesi che godono della pace e di maggiori risorse, il tempo dell’anzianità e della malattia è spesso vissuto nella solitudine e, talvolta, addirittura nell’abbandono.

Questa triste realtà è soprattutto conseguenza della cultura dell’individualismo, che esalta il rendimento a tutti i costi e coltiva il mito dell’efficienza, diventando indifferente e perfino spietata”.

Una logica, questa, che “pervade purtroppo anche certe scelte politiche, che non riescono a mettere al centro la dignità della persona umana e dei suoi bisogni, e non sempre favoriscono strategie e risorse necessarie per garantire ad ogni essere umano il diritto fondamentale alla salute e l’accesso alle cure”. “Allo stesso tempo, l’abbandono dei fragili e la loro solitudine sono favoriti anche dalla riduzione delle cure alle sole prestazioni sanitarie, senza che esse siano saggiamente accompagnate da una ‘alleanza terapeutica’ tra medico, paziente e familiare”.

Il filosofo francese di origine lituana Emmanuel Lévinas diceva che «il dolore isola assolutamente ed è da questo isolamento assoluto che nasce l’appello all’altro, l’invocazione all’altro».

Per Lévinas “l’uomo nuovo rinasce nell’incontro con l’altro”.

Significa che quando una persona sperimenta nella propria carne fragilità e sofferenza a causa della malattia, anche il suo cuore si appesantisce, la paura cresce, gli interrogativi si moltiplicano, la domanda di senso per tuttoquello che succede sifa più urgente. Ecco allora l’importanza di avere accanto persone “alleate”, estranee al dominio dell’io.  

Una presenza necessaria in ogni luogo di cura, che ben si può coniugare con la ricerca in campo sanitario, con i progressi tecnologici che hanno permesso di affrontare con sempre maggiore efficacia patologie vecchie e nuove, con i successi della medicina riabilitativa.

Ma tutto questo – suggerisce il Pontefice – “non deve farci mai dimenticare che il malato è sempre più importante della sua malattia, e per questo ogni approccio terapeutico non può prescindere dall’ascolto del paziente, della sua storia, delle sue ansie, delle sue paure.

Anche quando non è possibile guarire, sempre è possibile curare, sempre è possibile consolare, sempre è possibile far sentire una vicinanza che mostra interesse alla persona prima che alla sua patologia”. Ed è proprio a conferma di queste inconfutabili considerazioni che nelle strutture di AltaVita-Ira vengono attuate tutte le opportune strategie per bandire ogni forma di dolore, garantendo agli ospiti la la miglior vita possibile.