Le tante vite di Gaetano

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Un’infanzia tragica, la fuga, New York, West Point, Nigeria, Padova.

In un giorno e in un mese imprecisato del 1948, un bambino, con lo spirito e il corpo forgiato da un passato crudele, che avrebbe spento per sempre i sogni di tanti, scappa da casa, raggiunge Napoli e sale su una nave diretta a New York.

Non porta nessuna valigia con sé, è uno squattrinato. Però è un ometto determinato: vuole diventare grande, importante, tanto forte da poter vendicare – racconta oggi – quanti lo hanno strappato alla sua famiglia, sterminandola solo perché ebrea, nell’aprile del 1944. Aggiunge: “il papà ingegnere era tedesco e nella sua fabbrica produceva pezzi di ricambio per l’esercito. Mamma era ebrea e quindi io per linea filiale sono ed ero orgogliosamente ebreo”.

Nella metropoli americana, appena messo piede a terra, viene “beccato” – sono sue parole – dalla polizia e portato in un orfanotrofio della Grande Mela, frequentato anche dai ragazzi del quartiere. Lui è gracile, conosce pochissime parole di inglese. Viene preso di mira, isolato, sbeffeggiato. Un giorno però si ribella. Spezza in due il manico di una scopa, nasconde la parte alta del bastone dietro la schiena e si appoggia al muro del cortile durante la ricreazione: quando i “bulli” l’investono con pallonate, comincia a roteare il manico e a menare fendenti contro i compagni di scuola: c’è un fuggi fuggi generale e una volta tornata la quiete, nessuno lo perseguiterà più. Quel ragazzino terribile verrà punito, non per le botte distribuite ma per … aver rotto un bene (la scopa) degli Stati Uniti.

Al compimento del sedicesimo anno si apre una porta importante: un gruppo di soldati americani va all’orfanotrofio, proietta filmati, e invita i ragazzi che lo desiderano a frequentare l’Accademia Militare di West Point. Per quel bambino, sbarcato sei anni prima, è un’opportunità irrinunciabile: firma, va a West Point, studia, fa carriera, diventa tenente.

Quell’ex ragazzino si fa apprezzare, diventa ingegnere meccanico. Lui, ebreo, viene avvicinato da israeliani che operano negli States. Collabora con loro.

E qui si apre un secondo capitolo importantissimo. Lui, l’ex orfanello di New York, è Gaetano Artale, oggi ottantaseienne, ospite dallo scorso 1 agosto del Centro Servizi Beato Pellegrino, residenza “Rose”.

Viene inviato a Sigonella, in Sicilia, nella base americana. Ha il grado di capitano. Qui conosce un aviere italiano, Gianfranco, di Ferrara. Diventano amici. Gaetano viene invitato a Pontelagoscuro a casa di Gianfranco. Lì vive anche la sorella di quest’ultimo. “Era la più bella ragazza di Ferrara” – ricorda Gaetano – “piatta, ma alta e Vittorio De Sica, il regista del film Il giardino dei Finzi Contini l’aveva prescelta per inserirla nella famiglia Finzi Contini,  ma durante le riprese lei scoppiò in pianto e a causa della sua emozione non se ne fece più niente”. Gaetano farà di Gigliola Brina la donna più importante della propria vita.

Si apre nel frattempo un’opportunità per il capitano Artale: diventa capo del personale di sicurezza del dittatore nigeriano dell’epoca Buahri oggi rieletto.  Guida sei plotoni, per un totale di 480 uomini, super addestrati sia alla guerriglia urbana che extra urbana.

Passano gli anni e Gigliola sente nostalgia di casa. Gaetano la segue sulla strada del ritorno in Italia: viene ospitato nella villa di Baricella di Altedo del fratello della compagna.  Gigliola convolerà con lui a nozze in municipio a Malalbergo, popoloso centro tra Ferrara e Bologna.

A Padova, Gaetano Artale e la moglie arrivano 33 anni fa. Il 28 ottobre 2002 Gigliola muore. Gaetano fino alla meritata pensione diviene un apprezzatissimo consulente della George S. May International Spa di Chicago, con filiale europea a Bruxelles e una sede a Milano.  E’ un collaboratore prezioso – e ben pagato – perché conosce tedesco, inglese, italiano, ebraico, russo e se la cava con il francese.

Oggi Gaetano Artale, come si è detto,  è ospite al Centro Servizi Beato Pellegrino: “Devo proprio dire bene di questa struttura – afferma deciso – perché qui il cibo è buono e abbondante, sono ben seguito e coccolato. Poi qui mi hanno rimesso in piedi, dopo aver trascorso un periodo in carrozzina negli ultimi tempi”.

Parlerebbe di sé e della sua vita per ore e ore. E’ quasi impossibile smettere di farlo raccontare un’esistenza fatta di determinazione e di coraggio, ma segnata da troppi episodi tanto tragici quanto oscuri.

Gaetano Artale, dopo quattro anni di silenzio, ha deciso di raccontarsi. “Per uscire dall’oblio” dice. Nell’inverno del 2020 è stato fatto oggetto di una serie di articoli “feroci” all’indomani della pubblicazione del suo libro dal titolo “Alla Vita”, nel quale si racconta. Nel libro sostiene di chiamarsi Samuel G. Artale von Belskoj-Levi e di essere stato internato nel lager di Aushwitz-Birkenau con l’intera famiglia quando aveva 7 anni. Al momento di entrare nel lager babbo e nonno furono allontanati, Samuel restò avvinghiato a mamma Helen e alla sorellina. Una guardia uccise la donna che non voleva lasciare le sue creature, sotto gli occhi dei figli. Il bimbo finirà in una baracca fra gli adulti. Sopravviverà a soprusi e sofferenze fino al 27 gennaio 1945, quando venne  liberato dall’Armata Rossa. Poi finirà a Marsiglia prima di essere adottato da una famiglia di Laino Borgo (Lainu in calabrese) in provincia di Cosenza dove rimarrà fino alla fuga verso Napoli.

Alcune imprecisioni, riscontri, “vendette”, provocano, nel 2020, una serie di “attenzioni” mediatiche nei confronti di Gaetano Artale. “Una vigliaccheria” – ricorda lucido e combattivo – “una campagna per denigrarmi, per abbattermi; mi hanno definito un impostore”.

Contro di lui il “diritto di non credere” che abitualmente viene usato nei confronti di tanti, si è trasformato in una sorte di lapidazione. Hanno scomodato la sindrome di Wilkomirski per abbatterlo, la pseudologia fantastica, il desiderio di essere vittima pur di ferirlo. “Ho provato sulla mia pelle – racconta- quanto i social possano essere orribili. La bocca della cattiveria è sempre spalancata. Ho messo tutto nelle mani del mio avvocato”.

Dopo quegli attacchi,  i suoi interventi per parlare della Shoah nelle scuole si sono fermati. Aveva girato decine e decine di scuole del Triveneto per parlare ai “giovani del mondo – afferma Gaetano – un mondo senza frontiere dove ognuno, nel rispetto reciproco è libero di esprimere la propria identità culturale e religiosa”.

Oggi Gaetano ha nostalgia di quegli incontri: tutti gratis, tutti effettuati a proprie spese. “Quando mi veniva offerta una busta, io dicevo mandate quei soldi al Cottolengo di Torino”. Lì, per tanti anni, quando era in ferie, Gaetano passava una settimana tra i sofferenti. “In quel aggregato di sofferenze volevo contribuire a rendere il nostro mondo migliore”.

Questo è Gaetano, questo è Samuel, questo è quel ragazzino fuggito su una nave verso l’ignoto. Voleva vendicarsi nei confronti di chi l’aveva reso orfano, una volta adulto voleva parlare della sua infanzia negata, voleva parlare di diritti e libertà. Niente, gli è stata chiusa la porta in faccia. Ha sofferto ma ha ancora voglia di gridare la “sua” verità.

Impostore? No, lui si considera per una seconda volta “vittima”.

Ma con la stessa voglia di ribellarsi.

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