Cifre che preoccupano

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Fra 20 anni i non autosufficienti cresceranno del 43 per cento

E’ stata AltaVita-Ira a smuovere per prima le acque stagnanti del torpore su un problema che si è affacciato da tempo sulla scena italiana e veneta, non trovando, tuttavia, la giusta attenzione. “Quali traiettorie di vita per il futuro degli anziani” è stato il tema affrontato in un partecipato dibattito sei mesi fa, al fine di trovare le prime risposte alle conseguenze dell’allungamento della vita media in termini sociali e di politiche socio-sanitarie: quale livello di indipendenza e autonomia avrà la popolazione anziana? In che modo avrà accesso alle cure? Quale livello di assistenza verrà garantito?

Temi della massima attualità, nella consapevolezza che per immaginare il futuro oggi bisogna fare i conti con gli anziani. Oggi, non domani.

A confermare l’urgenza di mettere in campo risposte adeguate oggi vengono proposti ulteriori dati messi insieme da report di Inps e Istat e da una indagine condotta dalla Cisl del Veneto.

Numeri che dicono che – secondo i sindacati –  potrebbero mettere a rischio servizi essenziali e garantire il welfare.

Vediamo da vicino le stime che minacciano di creare una situazione insostenibile.

Secondo gli ultimi numeri pubblicati dall’Istat, nel 2021 erano presenti 1.154.838 di residenti con 65 anni e più nel territorio veneto. In 20 anni, dal 2001 al 2021, gli over 65 sono aumentati di +326 mila unità, con una crescita pari quindi al +39,3%. In valori assoluti su un totale di 1.154.838 over 65, provincia per provincia si scopre che a Padova il 23,5% della popolazione è over 65, Venezia con 25,4%, Verona 22,6%, Treviso 23,1%, Rovigo 27,2%, Belluno 27,5% e Vicenza il 22,8%.

C’è di più: fra vent’anni in Veneto il numero di anziani over 65 con gravi limitazioni alla propria autonomia aumenterà del 43%, passando dai 115.417 ai 165.256. E se il rapporto tra la popolazione over 65 anni e i posti letto nelle strutture RSA per anziani resterà quello di oggi nel 2042 mancheranno all’appello 10.698 posti letto.

Con due fattori ulteriormente importanti: i due terzi dei pensionati “giovani” di oggi (tra i 60 e i 64 anni), che nel 2042 saranno 80enni, percepiranno una pensione inferiore ai 18.500 euro lordi l’anno, quando già oggi per pagare una casa di riposo ci vogliono 21.900 euro l’anno. Infatti, oggi la pensione media è di 18.818 euro lordi anno (casellario Inps 2021) a fronte di un costo annuale per un posto in RSA stimato in 21.900 euro (compresi i contributi regionali).

Poi c’è un altro scenario che preoccupa non poco: un progressivo calo degli occupati e il corrispondente aumento del numero degli assegni pensionistici erogati, causa il calo demografico che da 30 anni caratterizza il nostro Paese.  Tra il 2014 e il 2022 la popolazione veneta nella fascia di età più produttiva (25-44 anni) è diminuita di oltre 51 mila unità (-1 per cento).

Anche se di solo 291 mila unità il numero delle pensioni erogate ai veneti (per un totale di un milione 789 unità) è inferiore alla platea costituita dai lavoratori autonomi e dai dipendenti occupati nelle fabbriche, negli uffici e nei negozi della regione (2 milioni e 81 mila addetti).

In provincia di Rovigo oggi ci sono più pensionati che lavoratori attivi, più persone che ricevono la pensione di quanti la pagano (102 mila pensionati, lavoratori attivi 93 mila). Anche nel Bellunese i pensionati superano di mille unità gli attivi (87 mila contro 86 mila). A Padova c’è un saldo di + 47 mila (336 mila pensioni e 384 mila lavoratori).

“Nel giro di un decennio – ammonisce Stefano Campostrini, docente di Statistica a Venezia e direttore del Centro Governance and Social Innovation – quasi tutte le province venete avranno la situazione che vediamo oggi a Rovigo e nel 2040 la povertà demografica peserà ancora di più.  La situazione sarà quasi tragica in tutta la regione”.

E allora che fare? Come ha sottolineato la Banca d’Italia, bisogna potenziare le politiche mirate alla crescita demografica (aiuti alle mamme giovani, alle famiglie), allungare la vita lavorativa (almeno per le persone che svolgono attività impiegatizia o intellettuale), incrementare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, oltre ad un uso intelligente della immigrazione – suggerisce Campostini – proprio come faceva la Serenissima seicento anni fa con politiche di attrazione.

Queste le foto scattate sul Veneto che giustificano un po’ di apprensione e suscitano comprensibili interrogativi.

Anche fra gli addetti ai lavori: “Sarà in grado la politica – si chiede il professor Marco Trabucchi, psichiatra e profondo conoscitore del mondo degli anziani – di fare sintesi in una situazione così complessa, che riguarda aspetti clinici e antropologici (l’aumento della spettanza di vita e l’effetto protettivo del lavoro rispetto al mantenimento del benessere), psicologici (la fatica del lavoro e il desiderio di libertà e di riposo), organizzativi (le attività produttive sostituiscono con difficoltà lavoratori esperti e ricchi di esperienza), economici (la sostenibilità del carico pensionistico in uno scenario di riduzione della contribuzione da parte di lavoratori attivi)?

Infine, vi sono aspetti civili di carattere generale: le comunità come possono organizzare in maniera adeguata le dinamiche umane e sociali collegate con la presenza per oltre 20 anni di cittadini non occupati, che dipendono per vari aspetti dal resto della comunità?”