Voglia di un nuovo abbraccio fra giovani e anziani.

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Papa Francesco c’insegna…

“Ciò che l’albero ha fiorito, vive di ciò che ha sepolto”: lo ha scritto il poeta argentino Francisco Luis Bernàrdez. Parole tanto profonde quanto vere. Perché, come è stato sottolineato da tanti, per camminare verso il futuro serve il passato, servono radici profonde che aiutano a vivere il presente e le sue sfide. Sfide oltremodo complesse, soprattutto oggi che lo spettro della pandemia da Covid-19 rende tutto più complicato, più insicuro e incerto.

Lo ha detto, con tutta la forza che gli è propria, anche Papa Francesco: “Serve memoria, serve coraggio, serve una sana utopia. Ecco cosa vorrei: un mondo che va verso un nuovo abbraccio fra i giovani e gli anziani”.

Una visione, quella del Papa, che fa a pugni, sotto tanti aspetti, con la realtà del nostro Paese, dove si fa a gara, con atteggiamenti che nulla hanno a che vedere con il rispetto verso gli anziani.  Prendiamo ad esempio il caso dei vaccini.  In troppi si sono fatti avanti, senza ritegno e senza diritti, sottraendo le dosi alla categoria dei più fragili e di chi sta accanto ai più fragili.

Li chiamano “furbetti”, anche se sono prepotenti che perpetuano nei fatti quella cultura dello “scarto” nei confronti dell’anziano, una cultura ancora dominante nell’Italia di oggi che perpetua una mentalità di insofferenza, fors’anche di disprezzo, verso chi è molto avanti con l’età.

L’esempio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha atteso, con tutta la dignità di questo mondo, il proprio turno per farsi vaccinare, è lì a dire che è tempo, per tanti in questo Paese, di riaprire l’a b c della buona educazione e del rispetto verso gli anziani.

Non è certo partigianeria schierarsi dalla parte dell’anziano e girare sdegnati le spalle ai troppi prevaricatori. Loro, gli anziani, in questo periodo complicatissimo, sono, come dice Papa Francesco, “alberi che continuano a portare frutto, piegati nel fisico e nell’animo da un vento forte e contrario”. Loro “ci hanno dato la fede, la tradizione il senso di appartenenza a una patria”. Loro “sono le nostre radici, la nostra storia”.

Parole che aiutano a capire che la terza o quarta età della vita non va sprecata. Nessuno ha il diritto di decidere chi deve o non deve tirare i remi in barca. E’ qui nasce anche un merito per chi, nella case di riposo, lotta con tenacia e amore per riempire il vuoto dell’ingratitudine portato dall’esterno da venti di prepotenza e malcelata furbizia.

E’ per questo che, con estrema riconoscenza, dobbiamo accogliere la decisione di Papa Francesco di indire, accanto alla festa civile del 2 ottobre, Festa dei Nonni, la “Giornata Mondiale dei nonni e delle nonne” ogni terza domenica di luglio. Quest’anno si celebrerà il 25 luglio, proprio alla vigilia del giorno in cui la liturgia cattolica ricorda i santi Anna e Gioacchino, i nonni di Gesù. Una festa, questa, ancor più significativa per AltaVita che da quasi dieci anni ha eletto Sant’Anna come propria patrona (va ricordato anche che la Casa di Riposo ha iniziato a operare proprio nell’ex convento di Sant’Anna che sorgeva in via Sperone Speroni in città).

Perché questa “Giornata mondiale”? Perché – ha detto Papa Francesco – “la Chiesa non può e non deve conformarsi alla mentalità di insofferenza, e tanto meno di indifferente disprezzo, nei confronti della vecchiaia. Dobbiamo risvegliare il senso collettivo di gratitudine, di apprezzamento, di ospitalità, che facciano sentire l’anziano parte viva della sua comunità”.

Più chiaro di così!

Valentino Pesci