Vaccini, la libertà individuale ceda il passo all’interesse collettivo

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Riflessione dopo i “casi” di Lavagna e di Fiano Romano

“Operatori sanitari no-vax infettano 27 ospiti di una Rsa a Roma”.

“Operatrice della sanità no-vax positiva infetta 27 ospiti di una Casa di Riposo a Fiano Romano”.

Sono due dei titoli che, l’altro giorno, ricorrevano con maggior frequenza sulle pagine dei giornali dedicati al Covid e nei notiziari Tv.

A poche ore di distanza dal caso che si era registrato in una Casa di Riposo di Lavagna, in Liguria (8 anziani e un infermiere infettati da un operatore che aveva rifiutato il vaccino), ecco che un altro focolaio è divampato vicino a Roma, dove la miccia è stata innescata da una operatrice sanitaria che, assieme a 25 colleghi della stessa struttura, non ha voluto vaccinarsi.

Il Direttore della Casa di Riposo ha detto che non licenzierà l’infermiera, ma i parenti degli anziani lì ospitati si sono mostrati meno teneri: “Ora basta, non lavorino più qui quelli che non si vaccinano. Escano dalla Casa di Riposo e poi facciano ciò che vogliono”.

La questione dell’obbligo di vaccinazione, per quanti lavorano nel settore della sanità a contatto con dei pazienti, diventa sempre più scottante. E per certi versi imbarazzante.

Il problema non è più rinviabile.

Lo stesso premier Mario Draghi ha indicato la necessità di un intervento legislativo. Probabilmente ci sarà un decreto.

Sono sempre più numerose, intanto, le voci di chi invoca chiarezza e ribadisce il concetto che un “no” al vaccino anti-Covid equivale a un’autoespulsione dai luoghi di cura, per chi lavora a contatto con gli ospiti. “Da tempo diciamo che senza la vaccinazione anti-Covid non si può lavorare in corsia. I medici hanno un codice deontologico che su questo tema va rispettato e inoltre c’è la legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro che prevede che il professionista può essere obbligato a vaccinarsi”.

Lo ha dichiarato Filippo Anelli presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri.

Analoga la posizione di Carlo Palermo, segretario nazionale Anaao Assomed: “Sull’obbligo dei vaccini anti-Covid per gli operatori sanitari, noi partiamo dal concetto di sicurezza: ci siamo battuti all’inizio della pandemia per avere i dispositivi di sicurezza e oggi non possiamo di certo rifiutare il maggior dispositivo che ci protegge dal virus, ovvero il vaccino. Siamo quindi a favore dell’obbligo”.

“Chiunque voglia lavorare nel Servizio Sanitario Nazionale deve mettere in campo tutte le strategie per garantire la sicurezza del paziente e la propria.

La vaccinazione è come lavarsi le mani o portare la mascherina, è inaccettabile che un professionista entri, ad esempio, in rianimazione senza essersi immunizzato.

C’è un dovere legato alla deontologia, un rispetto dell’etica e della professione”.

Lo sottolinea, a sua volta, il segretario nazionale Fp Cgil Medici, Andrea Filippi. “Chi vuole lavorare in sanità, non ha altra prospettiva che vaccinarsi”, aggiunge Filippi. A suo giudizio, non si può lavorare senza guanti e quindi non si può lavorare senza essere vaccinati.

Tutti concordi, insomma, ma una legge è indispensabile.

Una legge dello Stato, come più volte ribadito dalla Giurisprudenza.

Non sembrerebbe, tuttavia, possibile imporre l’obbligo vaccinale per tutti. Ma per gli operatori sanitari sì. Vediamo perché.

L’articolo 2087 del Codice Civile impone al datore di lavoro di “adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro”.

In altre parole il datore di lavoro deve adottare tutte le misure idonee a prevenire sia i rischi insiti all’ambiente di lavoro, sia quelli derivanti da fattori esterni e inerenti al luogo in cui tale ambiente si trova, atteso che la sicurezza del lavoratore è un bene di rilevanza costituzionale, che impone al datore di anteporre al proprio profitto la sicurezza di chi esegue la prestazione.

Ma c’è un altro aspetto da considerare. La vaccinazione, si osserva, è più di una semplice misura adottabile in ambito lavorativo.

E’ un trattamento sanitario e l’articolo 32 della Costituzione chiarisce che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Ecco, per disposizione di legge.

Dunque, l’unico modo per rendere obbligatorio il vaccino anti-Covid per chi lavora nella sanità è una legge dello Stato.

Ciò non esclude, in assenza di questa benedetta legge, che in un ambiente di lavoro quale quello della sanità e dell’assistenza in cui garantire la massima sicurezza è di fondamentale importanza, il datore di lavoro possa valutare la sospensione o un cambio di mansione per inidoneità del dipendente che abbia rifiutato il vaccino. Questo è una delle tesi prevalenti.

Altre misure potrebbero essere la concessione di un periodo di ferie o la messa in aspettativa. Il giudice del lavoro è già entrato in azione nel Bellunese: senza vaccino non si entra più nelle Case di Riposo.

Niente vaccino, niente stipendio quando mansioni alternative, lontano dagli assistiti, non  sono possibili.

Troppo lunga la strada della legge? Allora, le parti sociali, i sindacati, e i responsabili delle strutture sanitarie dovrebbero sedersi intorno a un tavolo e stilare un protocollo di comportamento per garantire la sicurezza di chi vive nelle strutture protette e di chi accede ai luoghi di lavoro.

L’introduzione di un protocollo per la sicurezza potrebbe far quadrare il cerchio.

C’è tuttavia il fattore tempo da considerare. Bisogna fare presto perché il virus non aspetta articoli e commi. Ma c’è già una legge da chiamare in causa, prima ancora di quella nascitura dello Stato, è quella della propria coscienza, quella del rispetto degli altri.

C’è poi quella che viene considerata la regola aurea, scritta nel Vangelo di Matteo: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.

Non ti vaccini? Stammi distante allora perché puoi contagiarmi. Da qui discende che vaccinare chi opera a contatto con malati o categorie fragili, a fronte dell’incombente pericolo del contagio, è doveroso sul piano etico e obbligatorio sul piano deontologico. Gli operatori sanitari hanno come missione quella di proteggere non di infettare.

La libertà individuale deve inchinarsi all’utilità collettiva.

Chi sta in una Casa di Riposo ha il diritto a essere tutelato con ogni mezzo.

I suoi parenti che già soffrono per il taglio delle visite e per i “contatti” cancellati da tempo non possono anche vivere con l’incubo quotidiano che da un momento all’altro possa accadere quel che è successo a Lavagna o a Fiano Romano.