Il prezzo della solitudine

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Il tema della solitudine sta scuotendo come non mai la comunità medica che ha la responsabilità di trovare risposte.

Da quando la questione veniva considerata “argomento di non interesse clinico” – solo qualche anno fa –  ad oggi, con la solitudine definita “lebbra dei tempi moderni”, è tutto un crescendo di preoccupazioni e di allarmi.

Ne stanno parlando le principali agenzie mediche che invocano attenzione. Questo problema coinvolge in Italia milioni di persone soprattutto anziane.

Scrive NEJM (The New England Journal of Medicine) nell’editoriale dal titolo molto eloquente (“Social Isolation and Loneliness as Medical Issues”. Isolamento sociale e solitudine sono questioni mediche): “sebbene il settore sanitario non possa risolvere da solo il problema della solitudine, la comunità medica deve cercare e trovare risposte. 

I clinici devono ricevere una adeguata formazione, risorse e supporto per integrare lo screening, e considerare l’intervento dell’inserimento sociale e della solitudine tra le loro responsabilità. La vita dei pazienti può dipendere da queste scelte”.

Il professor Marco Trabucchi nel settimanale resoconto dell’AIP (Associazione Italiana di Psicogetriatria) mette in luce anche un aspetto molto pratico, sempre legato alla solitudine, sottolineando come si sia “aperta un’importante discussione sulle cure ospedaliere rivolte all’anziano fragile, con i relativi problemi legati in particolare alla dimissione”. Di cosa si tratta? E’ una questione che vale in un anno un miliardo e mezzo di euro.

Sono due milioni all’anno, infatti, le degenze improprie, dovute alle difficoltà di dimettere gli anziani soli. Over 70, in particolare, nel 50% dei casi, restano in reparto circa una settimana in più del necessario dal momento che non hanno un famigliare che possa assisterli e nemmeno possiedono una pensione tale da potersi pagare una retta mensile in una struttura assistenziale.

Un numero che influisce non poco nell’intasamento degli ospedali. Considerando che il costo medio di una giornata di degenza è pari a 712 euro,  secondo i dati Ocse, ne risulta un totale di un miliardo e mezzo l’anno di spesa, cifra che potrebbe essere invece investita in vera assistenza sanitaria.

Una solitudine, insomma, colpevole tre volte: fa male all’anziano; è fonte di preoccupazione per il medico che spesso non ha avuto la formazione necessaria per affrontarla; terzo aspetto, finisce per gravare pesantemente sui conti della sanità.

Varie sono le cause di una condizione di solitudine: crisi della famiglia come luogo di compensazione e di equilibrio tra i componenti, problematiche demografiche derivanti dalla morte di molti coetanei, progressiva riduzione degli spazi abitativi, allentamento dei legami di amicizia e di vicinato, comunicazioni unicamente affidate a vie elettroniche.

Va sottolineato, poi, che la solitudine è un valore aggiuntivo a molti altri, quali l’età, le patologie croniche e la perdita totale o parziale dell’autosufficienza, capace di accelerare il processo di fragilizzazione della persona anziana.

La paura di perdere l’autonomia provoca il terrore della solitudine e dell’abbandono.

Che fare? “La solitudine– afferma il professor Trabucchi –  deve essere al centro dell’attenzione clinica, se si vogliono ottenere risultati che realisticamente permettano l’esecuzione di cure adeguate, sia sul piano organizzativo, sia sul piano della diretta azione clinica”.

In contemporanea va risolto il problema della carenza di assistenza territoriale, sia sanitaria, sia sociale. Una carenza che finisce per scaricarsi impropriamente sui reparti ospedalieri.

Quando viene a mancare la famiglia, deve entrare in scena una rete di servizi in grado di accompagnare l’anziano: con un’assistenza domiciliare degna di questo nome, servizi territoriali, centri diurni e RSA non abbandonate a se stesse ma messe in grado di garantire una vita serena all’anziano.