Un matrimonio che s’ha da fare

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Convegno di AltaVita-Ira  sul ruolo di spiritualità e cura

“Questo matrimonio s’ha da fare!” Il “non”, sottratto alla citazione manzoniana, per rimarcare come oggi sia indispensabile il connubio, l’integrazione fra la spiritualità e la cura.

La spiritualità nella cura va riscoperta, rivisitata, valorizzata, perché è inscindibile dall’essere umano. Fa parte della sua esistenza. La persona, infatti, è costituita da corpo, mente e spirito e come tale va considerata nella sua interezza sempre, ma soprattutto quando il fisico si fa più fragile.

La spiritualità non viene dopo la cura medica, ma fa parte della cura stessa. E’ una componente essenziale della buona medicina e proprio per questo il matrimonio fra spiritualità e cura diventa una necessità quando si assiste una persona.

Sull’alleanza fra medicina e spiritualità si è svolto un dibattito a quattro voci nella Sala Polivalente del Centro Servizi Beato Pellegrino. Sono intervenuti: Paolo Forzan, medico di AltaVita-Ira, palliativista; padre Adriano Moro, camilliano, assistente spirituale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova; Chiara Bigolaro, psicologa di AltaVita-Ira; e don Renzo Pegoraro, Cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita e vicepresidente del Comitato Etico di AltaVita-Ira. Quattro voci pervenute alla fine a un’unica conclusione: l’ascolto e la presa in carico della dimensione spirituale del paziente devono essere un elemento di sostegno alla cura, tesi tra l’altro ormai universalmente riconosciuta.

Paolo Forzan ha auspicato che l’esperto nell’assistenza spirituale entri a far parte dell’équipe di cura. Tuttavia perché l’azione del gruppo multidisciplinare risulti efficace occorre che tutti i membri siano consapevoli che nessuno ha tutte le risposte per tutte le domande.

Tutti, medici compresi, devono essere preparati ad affrontare il malato, non solo la sua malattia. Ancora, l’azione deve essere continua e non risolversi in uno spot. Infine, bisognerà anche imparare a dare risposte anche a chi non fa o non riesce a fare le domande.

Ma chi è l’assistente spirituale? Alla domanda ha risposto padre Adriano Moro: “è uno che vuole camminare assieme a qualcuno nei territori impervi del dolore, in un viaggio terribile, che richiede una grande preparazione”.  

L’assistente è colui che sta vicino, capace di una presenza discreta, che ascolta e conforta, che offre la propria disponibilità. In grado sì di rispondere alle domande, ma capace soprattutto di capire cosa c’è dietro la domanda stessa.  L’assistente spirituale deve prendersi cura della persona, offrirle attenzione, metterla al centro del dialogo.

L’arte di ascoltare porta alla comprensione, che è la chiave per entrare in concreto nel vissuto dell’interlocutore. Altre chiavi importanti sono la discrezione e l’umiltà. Nella sofferenza si entra in punta di piedi, con rispetto, facendo i conti con la vulnerabilità e l’unicità di ciascuno.

Spiritualità energia per un corpo malato l’aspetto trattato dalla psicologa Chiara Bigolaro, secondo la quale colui che cura deve occuparsi dell’uomo malato nella sua unicità, deve promuovere la speranza e creare un’alleanza con la persona malata, tenendo ben presente che la malattia impatta su numerose sfere ma soprattutto sulla famiglia.

La diagnosi deve riguardare la persona nella sua totalità. E quando il malato non riesce più ad esprimersi si deve fare ricorso alla sua famiglia, riserva di memoria ausiliaria. Bisogna che l’operatore abbia disponibilità all’ascolto, capire sia ciò che gli viene detto, sia ciò che non gli viene detto, mostrandosi credibile e sensibile.

Numerosi gli aspetti toccati da don Renzo Pegoraro, medico ed eticista. Ha sottolineato l’importanza del lavoro in équipe per capire il bisogno spirituale di chi ci sta di fronte. Il malato – ha detto – va incoraggiato, seguito. Si deve capire che dietro una lacrima c’è un bisogno, che c’è spiritualità. Bisogna offrire al malato una prospettiva di vita, il senso dell’”oltre”, donando umanità e un aiuto a non morire senza la speranza. Il segreto è capire il bisogno dell’altro, immergersi nella spiritualità dell’altro.

L’incontro su “Spiritualità e cura, quando l’essenziale non è visibile agli occhi”, organizzato da AltaVita-Ira, si era aperto con il saluto del consigliere di amministrazione dell’Istituto, il commercialista Gaetano Sirone, intervenuto a nome del presidente Stefano Bellon.  “Questo convegno – ha detto –  vuole portare in primo piano un aspetto molto importante dell’assistenza. Qui ad AltaVita puntiamo ad una medicina senza dolore; vogliamo ora arrivare ad una medicina con una doppia marcia: che risponda ai bisogni del corpo ma che al tempo stesso dia ascolto anche alle domande che escono dal cuore delle persone che ci sono state affidate”.

L’assessore comunale Francesca Benciolini ha portato il saluto del sindaco di Padova, sottolineando i due meriti del convegno: la necessità di un’indagine a 360 gradi sulla persona da assistere e l’indispensabilità del dialogo fa l’insieme degli operatori per arricchire la risposta che si deve dare al malato.

Tiziano Martello, in rappresentanza di Giuseppe Dal Ben direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Università di Padova, ha sottolineato l’attualità del tema trattato, un tema non più eludibile, che trasmette un messaggio a tutti gli operatori, alle famiglie e a quanti operano nel campo dell’assistenza: uniamoci per dare la migliore risposta ai nostri malati, con tutta l’intelligenza, la carità e l’amore possibile, senza le quali, come scriveva San Paolo, saremmo solo dei bronzi stonati.

Prima dell’avvio del dibattito, il comboniano padre Gaetano Montresor, ha letto il saluto ai partecipanti del vescovo Claudio Cipolla. “Da più fronti – ha scritto il Presule – ci si chiede se esista la possibilità di un’alleanza fra medicina e spiritualità, in una realtà sanitaria sempre più tecnologica e standardizzata su grandi numeri ed efficienza delle prestazioni. L’ascolto e la presa in carico della dimensione spirituale del paziente diventano un elemento capace di sostenere nei momenti più difficili e di offrire prospettive a quella domanda di senso che accompagna ogni essere umano. Come cristiani siamo portatori di un messaggio di speranza che aiuta ad affrontare con maggiore fiducia le incertezze della malattia, soprattutto se grave e incurabile”.

Nel finale, spazio al dibattito, dove si è levata anche la voce di una operatrice sanitaria: coinvolgeteci, metteteci nelle condizioni di dare conforto a nostra volta, per non lasciare che si perdano nel silenzio le domande che ci rivolgono i nostri anziani.