L’ora dell’addio al lavoro. Chi lo teme, chi lo invoca

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Fenomeno agognato dai più e nello stesso tempo temuto per i suoi risvolti sociali e psicologici, ma di fatto, sempre più coincidente con uno dei periodi felici della nostra vita; il pensionamento, invocato e liberatorio per chi non amava il proprio lavoro, sofferto e rimpianto da coloro che, appagati dalla loro funzione, si vedono, e anzi si sentono, improvvisamente esclusi dal mondo dei “presenti”.

Viene spesso vissuto con contraccolpi talora rovinosi sull’umore e  sulla salute fino, come si sa, alle estreme conseguenze; tale evenienza è notoriamente quasi sempre appannaggio del sesso maschile che, con la perdita della sua posizione socio-lavorativa, spesso ha l’impressione di perdere anche la sua identità e la sua autostima.

Nel mio caso, appassionato della professione di medico, sono stato uno degli ultimi tra i colleghi della mia cerchia a ritirarmi dall’attività ; chi lo ha fatto con riluttanza, chi per stanchezza, chi perché costretto dall’anagrafe.

Con la “messa a riposo” , bisogna chiudere i conti tout court, come quando si smette di fumare… avremo un breve periodo di dolorosa astinenza, quasi di paralizzante stupore, ma poi, una volta decantato e stabilizzato, il nuovo status ci permetterà di iniziare a raccogliere i frutti di un periodo, il più lungo possibile, di serena presenza, salute permettendo.

A mio parere, dopo il pensionamento, non è molto salutare continuare a svolgere il lavoro da poco interrotto, a meno che l’ammontare dell’emolumento mensile non ci permetta un tenore di vita decente.

Quindi, esonerati dalle cure del nostro mestiere, dato che nessuno è indispensabile, usciremo di scena e non ci cercheranno più; bisogna farsene una ragione.

Anche qui possiamo dire, o meglio ribadire, che la vecchiaia non ha niente a che fare con il pensionamento che, opportunamente vissuto, costituirà una circostanza piacevole quando valorizzata dalle nostre congenite attitudini e dalle via via acquisite strategie esistenziali.

Di tempo libero abbiamo già parlato, ma la quiescenza non è solo tempo libero, è anche una nostra proiezione in una dimensione diversa, in un “sine cura” infinito dove l’occupazione si alterna allo svago e “all’otium”, dove si gode di una visione del mondo a trecentosessanta gradi, piena di piacevoli e preziosi dettagli, dove c’è un momento per tutto e per tutti.

È un periodo nel quale assaporare la vita, riflettere, rispolverare confortanti ricordi e riesumare antiche emozioni, con la serenità di di chi ha già dato ma che ha ancora molto da dire e tanto da approfondire.

Non finiremo mai di conoscere noi stessi, di rievocare le nostre scelte, di giustificarci se non di perdonarci per gli inevitabili eventuali errori del passato.

Fortunati coloro che, in possesso di una grande curiosità, di una bella famiglia e di pochi amici, avranno i mezzi e la voglia di apprezzare la buona musica, l’arte e la scrittura.

Personalmente, durante la mia carriera, non ho mai pensato al pensionamento; era un evento che esulava dal mio immaginario, un raguardo fuori dai miei programmi e dal mio futuro, ma devo dire che non per tutti è così.

A tale proposito, ricordo una ancor giovane, simpatica collega, che, fin dall’assunzione, ti snocciolava il tempo che le mancava per raggiungere la pensione, in anni, mesi, giorni e perfino in ore.

Stupiva il fatto che, pur amando la sua professione che svolgeva con passione e competenza, avesse sempre in mente la sua meta, quindi lavorava per vivere e non viveva per lavorare… aveva davvero capito tutto; aggiungo che solo da una donna può scaturire un tale pensiero e tanta pragmatica saggezza.

Un discorso a parte merita la “messa in quiescenza” di persone note o famose che, anche se statisticamente irrilevanti, sono pur sempre da prendere in considerazione.

Scrittori, musicisti, pittori e quanti hanno espresso il loro talento senza dover più o meno contare sulla loro presenza o su elementi deteriorabili nel tempo, sono assimilabili a tutti gli altri anziani se non addirittura privilegiati; per gli altri, il distacco può essere invece particolarmente doloroso.

La soluzione è quella di anticipare l’uscita nel momento di più alto successo provvedendo nel contempo a ricrearsi un profilo più privato. Così, come si sa, hanno fatto, da sempre, molti noti artisti.

Per tali persone sono, a mio parere, particolarmente da evitare le cosiddette Case di Riposo per Artisti, veri cimiteri per elefanti se non proprio mausolei, dove possono scaturire gelosie, antiche rivalità e laceranti livori.

                                                 Giancarlo Benincà

                                                 Medico geriatra