La buona sanità c’è! Parola di generale

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La testimonianza: un esempio virtuoso di rete di servizi

Malasanità? Tutt’altro. Nel racconto di un anziano signore, un colto generale ultranovantenne di Treviso, c’è la dimostrazione matematica che il sistema di cura in Italia può essere di alta qualità.

Reduce da un ricovero in Ospedale di Comunità, l’anziano descrive ciò che per lui sembra ‘contare davvero’ nella relazione con i servizi sanitari: capacità, comfort, tranquillità.

La testimonianza del generale in pensione, di nome Gianni, è riportata nella newsletter del 22 aprile dell’AIP, l’Associazione Italiana di Psicogeriatria, presieduta dal professor Marco Trabucchi.

 “Prelevato a domicilio dall’ambulanza – inizia così il racconto – sono stato consegnato ad un Pronto Soccorso ben organizzato e funzionante, in cui mi hanno rivoltato, pesato, radiologizzato e inviato al reparto Malattie Infettive dove sono stato curato per 3 giorni, poi trasferito all’Ospedale di Comunità, per guarire dall’immancabile polmonite covidiana.”

“Sono rimasto colpito – prosegue la testimonianza – dagli arredi nuovi ed ergonomici, letti modernissimi, ma l’aspetto più appagante è stata la disponibilità di personale sanitario di provenienza estera: un giovane dottore tunisino, una dottoressa della Costa d’Avorio… tutti bardati da testa a piedi, irriconoscibili se non per una scritta frontale con il loro nome, da cui si poteva risalire alle provenienze.

L’aspetto più rilevante è stata la dedizione alla cura dei pazienti, una buona metà affetti da demenza, non presenti a se stessi, con qualcuno che urlava e minacciava le infermiere, che con infinita pazienza, cercavano di calmare, dare da mangiare e curare l’igiene personale.

Mai che abbia colto in loro un cenno di irritazione o insofferenza. Anche la varietà e la consistenza del cibo l’ho trovata soddisfacente… ottimo abbondante, per usare un’espressione militare”.

“Alla dimissione- scrive il generale -sono stato riaccompagnato dalla solita ben attrezzata ambulanza e riportato al secondo piano del mio immobile privo di ascensore, da personale professionalmente preparato, disponibile, gentile.

Ciliegina sulla torta, sono stato informato che il mio soggiorno premio in Ospedale è costato a Pantalone circa 5.000,00 euro (nota in calce alla lettera di dimissione) che, moltiplicato per tutti i ricoverati da inizio pandemia, danno una cifra da far tremare i polsi.

Altro che malasanità. Tutto il personale sanitario sul campo, dal primo medico all’ultimo collaboratore, merita incondizionato apprezzamento e riconoscenza, anche da parte di coloro che non si ammalano.

Intanto sto tornando lentamente alla normalità, natura non facit saltus…”

“La mattina dopo il ricovero – continua il racconto -mia moglie, malata di Alzheimer, mi ha cercato per tutta casa, sempre sotto costante marcatura di mia figlia, sulla quale è piombato l’intero carico della gestione, privata dell’aiuto delle badanti, per ovvi motivi di sicurezza.

Non nego che questa ricerca mi ha acceso un sentimento di rivalsa su tutte le invocazioni alla mamma, che giovani novantenni invocano durante la notte, sempre e solo “Mammaaaa!!. Mai che abbia sentito invocare un padre, anche piccolo a piacere.

Ho comunque notato che mia moglie ha superato lo smarrimento iniziale e mi ha chiesto al telefono Gianni, come stai? innescando subito dopo una delle sue filastrocche alfanumeriche canterine che conclude regolarmente con Amen.

Grazie al servizio domiciliare Alzheimer, alle cure farmacologiche e ai consigli ricevuti, mia moglie è più serena, non ci si arrabbia più per l’invadenza dei protagonisti TV che osano presentarsi in casa senza invito. Animata da moto perpetuo, tocca tutto, estirpa piantine, rompe introvabili porcellane di capodimonte”. 

“Domani – conclude il generale – verranno a casa a farle il tampone e se tutto risponderà alle aspettative, tornerò a gestire il mio piccolo harem di badanti che annovera un’ucraina e ben tre musulmane di origine kosovara. Anche queste scritture sono conseguenze della pandemia, che mi ha visto intento a scrivere e leggere per vincere l’isolamento forzato, effetto della convivenza con persone silenti, spesso impegnate a guardare il soffitto.

Colpa della Scuola di Atene, in cui si invitavano gli allievi a guardare il Cielo senza perdere di vista la Terra e a guardare la Terra senza perdere di vista il Cielo”.

“Nelle parole del generale Gianni, frizzanti come il suo temperamento, – commenta il professor Trabucchi – è racchiuso un virtuoso esempio di Rete in cui servizi a sfondo principalmente sanitario si fondono e si connettono a servizi socio-assistenziali a domicilio, in una staffetta ragionata, senza ridondanze, che tiene sempre in considerazione la diade di fragilità malato e caregiver, che ha dimostrato un’incredibile forza.

Tra gli atleti di questa staffetta della cura mi preme ricordare le tre badanti e la figlia, capaci di essere fluide nel dosare la loro presenza, senza il cui prezioso contributo non sarebbe stato pensabile il ritorno alla normalità”.