Anziani non autosufficienti: dove vivono e chi li cura

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La fotografia del modello italiano tra famiglie, badanti e RSA

Anziani e non autosufficienza: l’Istat ha messo in fila, recentemente, una serie di dati che compongono il quadro della situazione italiana.

Sono oltre 3,8 milioni gli anziani non autosufficienti: il 20,7% degli anziani, l’81% del totale dei non autosufficienti in Italia. Sono il 6% della popolazione e impegnano 7,6 milioni di caregiver familiari, che ammontano in media a due fra congiunti e figli per persona non autosufficiente. Il problema riguarda quindi 11,4 milioni di italiani, ovvero 1 su 5.

Dove vivono i non autosufficienti? 300 mila circa sono nelle RSA e 3,5 milioni vivono nelle case. Numeri che danno conto degli elevatissimi fabbisogni assistenziali che sono stati coperti in questi anni fondamentalmente dalle famiglie o attraverso il care diretto, in particolare mogli e figlie in 7 casi su 10; o il trasferimento di una parte del care a circa 1 milione di badanti con una spesa annua per retribuzione stimata in circa 9 miliardi di euro.

Ecco il modello italiano di welfare familiare e privato che è stato sinora efficace nel tempo, supplendo al pubblico.

Tuttavia ora il modello italiano scricchiola perché, primo, c’è troppa pressione su famiglie che sono peraltro destinate a ridursi ulteriormente in termini di numero di membri; in secondo luogo, le spese sono finanziate con le pensioni e i risparmi degli anziani.

 La ricerca Istat dice anche che sono 918 mila le reti familiari i cui membri si sono tassati per pagare badante ed altre spese, 336 mila quelle che hanno dovuto dar fondo a tutti i risparmi e 154 mila quelle che si sono indebitate.

Circa 1 milione di anziani con gravi limitazioni funzionali non beneficia di assistenza sanitaria domiciliare, 382 mila non autosufficienti non hanno né assistenza sanitaria né aiuti di alcun genere, 1,6 milioni di longevi con limitazioni funzionali lievi e gravi hanno solo aiuti non sanitari.

Ancora: oltre 2,7 milioni di anziani vivono in abitazioni non adeguate alla condizione di ridotta mobilità e che avrebbero bisogno di lavori infrastrutturali per adeguarli, 1,2 milioni quelli che vivono in abitazioni inadeguate e non adeguabili.

 Aspetti troppo spesso sottovalutati che rinviano ad abitazioni la cui conformazione peggiora la qualità della vita per una persona a ridotta autonomia e complica la già difficile convivenza quotidiana con chi garantisce il care.

In tale quadro il Servizio sanitario e il welfare in generale non sono né pronti né adatti a coprire i fabbisogni assistenziali complessi dei non autosufficienti. Non a caso il 56% degli italiani è insoddisfatto dei servizi sociosanitari per non autosufficienti sul territorio.

Non bastano i 12,4 miliardi di spesa pubblica per long term care di cui 2,4 miliardi per cure domiciliari, che è pari al 10,8% della spesa sanitaria complessiva ed è comunque inferiore al dato UE del 15,4%.

In realtà, unico strumento pubblico di integrazione dei redditi familiari è l’indennità di accompagnamento pari ad una spesa complessiva di 11,3 miliardi e conferisce alla persona beneficiaria un importo dal valore di 517,89 euro mensili.

Non sorprende quindi che il 75,6% degli italiani, che arriva al 77,3% tra gli anziani, chieda più agevolazioni fiscali per chi assume badanti.

Un milione e mezzo di anziani non autosufficienti, ossia le persone di età superiore o uguale a 65 anni che non sono in grado di compiere in autonomia e senza bisogno di assistenza le attività di vita quotidiana, su un totale di 3,8 milioni, non ricevono assistenza pubblica.

 Il restante 50%, invece, beneficia spesso di servizi insufficienti o inappropriati rispetto alle proprie condizioni di salute. In questo contesto, la presa in carico degli anziani avviene al di fuori del perimetro pubblico, attraverso l’assistenza diretta delle famiglie e il sostegno delle badanti.

L’assenza di un sistema integrato per gli anziani in LTC (long term care), e la conseguente natura frammentata dei servizi, causa diverse criticità. Un utilizzo inefficace e inefficiente delle risorse pubbliche, privilegiando i trasferimenti monetari incondizionati all’erogazione di servizi pubblici di qualità.

Diseguaglianze di accesso e territoriali, associate alla complessità di accedere di diversi interventi per le persone marginalizzate o alla capacità produttiva fortemente eterogenea dei diversi contesti territoriali. Infine, l’assenza di un sistema integrato indebolisce l’SSN, visto che gli anziani sono spesso assistiti in modo inappropriato presso strutture sanitarie, e abbassa l’occupazione femminile e la produttività, dato che la presa in carico delle persone in condizione di bisogno ricade sulle famiglie e in particolare sulle donne.

Per coloro che assistono un anziano non autosufficiente questi mesi estivi sono i più difficili. Le badanti e i badanti, già non facili da reperire, hanno diritto a godere del loro periodo di ferie retribuite, mentre le famiglie devono a loro volta coordinare i periodi di vacanza (quando possono permetterseli) per non abbandonare i nonni al caldo torrido delle città. Le difficoltà organizzative si sommano così a quelle economiche.

Ciò nonostante, spiega il Censis in una ricerca condotta per l’associazione di datori di lavoro domestico Assindatcolf, il 60% delle famiglie è ancora convinto che sia preferibile curare a casa gli anziani che non ricoverarli nelle Residenze sanitarie. Una scelta coraggiosa e di impegno, che resta però non adeguatamente supportata dal Servizio Sanitario nazionale. Anzi, sostanzialmente ignorata.

La riluttanza a scegliere una struttura è legata per il 59% degli intervistati alla difficoltà di riproporre all’esterno delle mura domestiche le stesse attenzioni rivolte all’assistito in casa. Il 20,9% ritiene anche che il distacco dalla propria abitazione produrrebbe effetti negativi sulla persona.

Ci sono differenze anche tra chi dichiara di ritenere più idonea l’assistenza in una Rsa, cioè il 41,5% del totale degli intervistati. Solo il 6% ricorrerebbe a una struttura pubblica, preferendo le residenze gestite in convenzione con il pubblico (21,3%) o quelle private (14,2%).

La scelta di una Rsa è motivata da diversi fattori. Come la professionalità del personale impiegato nell’assistenza (63,3%) o la qualità dell’ambiente e degli strumenti messi a disposizione degli assistiti adatti alla socialità (8,8%). Ma entrano in gioco anche la possibilità di vivere in un luogo senza barriere e in grado di garantire un certo grado di indipendenza (6,6%). Così come la vicinanza della struttura alla propria abitazione (9%), la possibilità di far fronte alla retta annuale (9,1%) e altri motivi non esplicitati (3,2%).

Ma perché oggi persistono paure, perplessità, dubbi, incertezze, indecisioni e a volte anche una sorta di “vergogna” a rivolgersi ad una RSA? Intanto va detto che le RSA in Italia sono vittime di critiche scandalose: questo per la mancanza di tutela di chi ha in mano le redini della sanità (vedi anche la scarsa attenzione contenuta nel PNRR) e perché le stesse strutture di assistenza si chiudono sulla difensiva in una sorta di fortini.

Al di là di propositi roboanti, che hanno spesso il sapore di proposte elettorali, cosa si potrebbe fare per cambiare i giudizi di chi non conosce spesso la realtà di una RSA? In altri Paesi ci sono riusciti, con soddisfazione degli anziani e dei loro familiari.

Come? Intanto con una rigorosa formazione del personale. Personale sanitario “diverso” da ogni altro luogo, superdotato di attenzioni per l’ospite, in possesso di una solida cultura geriatrica in grado di mettere veramente al centro la persona.

Poi, una RSA dovrebbe avere delle eccellenze: essere sì generalista, ma in grado nello stesso tempo di garantire una forte flessibilità dell’offerta. Ma quali “eccellenze”? Offrire, ad esempio, servizi riabilitativi di qualità; un’organizzazione per ricoveri brevi e confortevoli; avere strutture organizzate per la lungodegenza, avere reparti appositi per le cure a persone con demenza. Preziosa l’iniziativa della RSA senza dolore che va fatta conoscere a tutto il territorio oltre a quanti operano nel settore della sanità.

Infine, Covid permettendo, una RSA dovrebbe essere in grado di creare una sorta di ponte levatoio fra la struttura di accoglienza e il territorio. Porte aperte, iniziative che coinvolgono il quartiere, poi mostre, presentazioni di libri, teatro, concorsi, concerti in collaborazione con l’amministrazione comunale. L’anziano non si sentirà “recluso” ma “vivrà” il quartiere, e la comunità vedrà la RSA non più come una realtà staccata ma un luogo speciale dove si dà vita agli anni.