I carabinieri nelle RSA. Un’inutile intesa

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Alla ricerca di dati che le Regioni hanno già

Il Ministero della Salute, Commissione Paglia e Arma dei Carabinieri hanno siglato un accordo triennale per il censimento e la mappatura di tutte le residenze per anziani.

Di fronte a una notizia come questa più d’uno è sobbalzato sulla sedia, qualche altro l’ha declassata immediatamente a livello di frottola, altri ancora hanno scosso la testa consapevoli dell’inutilità di tale iniziativa. E sì, perché per censire e mappare le RSA basterebbe informarsi presso l’assessorato regionale competente.

Evidentemente in Italia il ministero “alle complicazioni degli affari semplici” lavora sempre a pieno ritmo, e così il ministro Speranza ha sottoscritto un “Protocollo d’intesa”, della durata di tre anni, con il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri per la ricognizione delle residenze socio-assistenziali presenti sul territorio nazionale. Il protocollo – si legge in una nota – è frutto del lavoro congiunto del Ministero e della “Commissione per l’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”, nota come Commissione Paglia. Il “Protocollo” è stato sottoscritto dal direttore generale della programmazione del Ministero della Salute, Andrea Urbani, dal Comandante Generale dell’Arma, il Generale Teo Luzi e dal Presidente della Commissione, monsignor Vincenzo Paglia.

L’accordo di collaborazione prevede «la mappatura, a livello comunale, delle residenze socio-assistenziali variamente denominate (case di riposo, case alloggio, case famiglia) presenti sull’intero territorio nazionale; la realizzazione di una anagrafe delle residenze socio-assistenziali, recante il numero delle strutture operative, la rispettiva capacità recettiva, le modalità organizzative ed ogni altro aspetto d’interesse». L’Arma – prosegue il protocollo – si impegna a «effettuare il censimento delle strutture» e a «svolgere le successive verifiche in relazione a situazioni meritevoli di approfondimento».

 Ci si scorda che tutti i dati sono già disponibili senza fare inutili dispiegamenti di forze: i requisiti strutturali, per avere l’autorizzazione al funzionamento, sono previsti dal DPR 14 gennaio del 1997; i requisiti minimi per il funzionamento sono indicati nell’atto di programmazione 1992/94; per le residenze per anziani non autosufficienti la programmazione fa capo alla Regione e alle aziende sanitarie locali.

Luca Degani, presidente di Uneba Lombardia, si dice sgomento e commenta: ““Sono stranito che oggi invece di andare a leggere il bisogno e chiedere con forza la reale costruzione di una filiera di servizi, si mandino i Carabinieri a vedere che cosa c’è. Vuol dire che il Ministero non sa che questi dati basta chiederli alle regioni. Oppure che si vuole arrivare ad ogni costo a dire che c’è stato un colpevole».

 Cosa bisognerebbe fare, invece? «L’ultimo atto di programmazione che definiva i possibili standard gestionali per queste residenze risale al 1992/94 ed erano solo delle Linee Guida. I requisiti indicati nel 1997 a livello nazionale infatti sono solo requisiti strutturali. Quindi abbiamo un requisito strutturale nazionale e 20 standard diversi per i requisiti gestionali, uno per ogni regione. Con il Covid-19 abbiamo visto con tutta evidenza le problematicità che questo ha comportato: dal Ministero della Salute, dopo tutti gli eventi terribili che tutti conosciamo, ci si aspettava un intervento di questo tipo», spiega Degani.

“Mandare i Carabinieri – aggiunge- nelle RSA invece vuol dire mettersi in un approccio a prioristico che pensa di indagare per andare a trovare un colpevole. Ma forse allora, se parliamo di colpevoli, il ministero deve interrogare prima se stesso per aver scelto di dare priorità agli ospedali, senza comprendere il dramma che stavano vivendo le RSA”.

«Sono sconcertata da questa notizia», commenta anche la sociologa e studiosa della famiglia Chiara Saraceno. Innanzitutto «mi stupisco che oggi si ponga un problema di censimento: dov’erano le Regini finora? Se è così sono da commissionare le Regioni, non le RSA. La questione, poi, è evidentemente multidisciplinare poiché gli anziani fragilissimi che stanno nelle RSA non hanno solo bisogni sanitari o di igiene, non basta controllare che non ci sia contenzione, che siano nutriti e cambiati spesso, ma ci sarà il problema di capire il loro progetto di riabilitazione in senso ampio, di stimolazione delle capacità residue, di socializzazione… non è solo questione di verificare se le norme sono ottemperate, serve un’osservazione partecipata. Se mandiamo l’esercito vuol dire che non c’è fiducia nella capacità di controllo da parte delle regioni. È l’ennesimo esempio di come ormai si pensi alle RSA come “il male assoluto” e alla domiciliarità come unica soluzione. Ma la casa, la famiglia e anche le case protette, per quanto siano tutti temi su cui è necessario investire, non sono risposte sufficienti a un certo punto, almeno non sempre e non per tutti: ma questo non viene visto».

Questo articolo è stato tratto da:  http://www.vita.it

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