La Giornata della Memoria. Quali atrocità viste con i miei occhi

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Giornata della Memoria - AltaVita-IRA ricorda attraverso i suoi ospiti

I ricordi di 4 anziani ospiti di AltaVita IRA

“Quelle cose così brutte, feroci e spietate, mi si sono piantate nella testa e non sono più uscite”. “Hanno fatto bene a istituire il Giorno della Memoria, perché l’uomo tende ripetere le proprie azioni e, fra i tanti, c’è sempre qualcuno che crede di potersi sostituire al Padre Eterno nel decidere i destini dell’umanità e del mondo stesso”.

Sono due frammenti delle testimonianze di anziani ospiti nelle strutture di AltaVita-Ira, raccolte in occasione della Giornata della Memoria, istituita nel 2000 nel nostro Paese, al “fine di ricordare le Sohah, le leggi razziali, la persecuzione in Italia dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte nonché coloro che, in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio ed, a rischio della propria vita, hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Un periodo oscuro, quello che porta impresso a fuoco la data del 27 gennaio 1945, il giorno in cui le truppe sovietiche aprirono i cancelli di Auschwitz, mai più dimenticato dai bambini e dai ragazzi di allora.

“Io, bambino, – ricorda Renato Camani, 82 anni, oggi ospite al Pensionato Piaggi – vivevo in un piccolo paese della Bassa Padovana, Arre. A casa mia c’era un grande cortile. Era occupato da un centinaio fra carri armati e autoblindo dell’esercito tedesco. Alla sera c’era un soldato che imbracciava il fucile e sparava a Pippo, l’areo di ricognizione degli alleati. Sparava, sparava, insisteva in quella sua missione impossibile. La cosa che mi ha addolorato di più è stato quando i tedeschi si sono ritirati. Hanno portato via il mio cavallo. Sono stato malissimo per giorni. C’è un altro ricordo incancellabile. Riguarda mio cugino, tornato a casa pochi giorni dopo che i tedeschi erano scappati. Mia zia non l’ha riconosciuto. Ma tu chi sei? Era andato in guerra che pesava 120 kg, è tornato che ne pesava 47. Sono Novello, mamma, non mi riconosci? Nel vedere un figlio ridotto così la zia è scoppiata in un pianto che non finiva più”.

Anche Antonia, quando va col pensiero in quel periodo, ha un ricordo che affiora su tutti gli altri: “E’ come un chiodo fisso. Io sono di Piove di Sacco. Vicino a me abitavano marito e moglie ebrei. Non sapevano dove andare per evitare di essere presi. Gli ebrei allora non erano al sicuro da nessuna parte. Alla fine hanno trovato rifugio nel cimitero. In una tomba vuota abbastanza larga, coperta una lapide che si poteva sollevare. Io e altri ragazzini di undici, dodici anni, ogni giorno portavamo loro da mangiare. Sono rimasti lì un anno. Si sono salvati. Hanno sempre mostrato gratitudine e da Piove non si sono più mossi”.

Livia Crestetti, classe 1925, afferma di avere ancora sotto gli occhi le devastazioni e le atrocità vissute in quel periodo nella sua Toscana. “Ne abbiamo passate tante. Ricordo donne e bambini strappati alle loro case. Quanti lutti hanno lasciato i tedeschi durante la loro ritirata, quante tragedie…”

Maria Irma Mariotti, giornalista pubblicista, classe 1935, è nata il 26 gennaio a Cortina d’Ampezzo, il giorno prima della data scelta dall’Italia per la “Giornata della memoria”. Durante la guerra non aveva mai sentito parlare di campi di sterminio, nonostante fosse una bimba curiosa che amava ascoltare i discorsi degli adulti. “Avevo la passione – afferma – di sentire ciò che dicevano gli adulti. Avevo la mia seggiolina di legno, mi mettevo in un angolo e ascoltavo. Quante cose si sono infilate nel mio cervello attraverso quelle conversazioni! Si parlava in continuazione della cosa più grave che c’era in quel momento: guerra, guerra. Non c’era famiglia, chi più chi meno, che non fosse toccata da bombardamenti, assalti, morti, feriti. C’era una parola che creava molto sgomento: lager. Il luogo dove finivano i prigionieri, costretti a lavorare per i tedeschi.

Di più non si sapeva. Ricordo che era difficile anche incontrarsi. Come oggi con il Covid. Allora mancava il cibo. Di sera per spostarci da una casa all’altra usavano una pila, che illuminava quel tanto per non incespicare. C’era il coprifuoco. Per paura dei bombardamenti tutte le case avevano tende nere alle finestre”.

“Mai sentito parlare negli anni della guerra – aggiunge – dei campi di sterminio. Ciò nonostante mio padre fosse un ufficiale di complemento, capitano di artiglieria. Nella vita civile faceva l’ingegnere e quindi non era certo uno sprovveduto, ma ciò nonostante a sua volta non sapeva dell’esistenza dei campi di sterminio. Alla fine della guerra abbiamo appreso squarci di verità, ma anche dopo il processo di Norimberga non è che la gente conoscesse la realtà.

Le enormità delle cose che venivano riportate erano così grandi da non poter essere credute. Solo quando ho cominciato a leggere i giornali, che tuttavia riportavano notizie col contagocce, e tutto quello che trovavo in giro ho cominciato a capire. Ho letto tantissimi scritti di Erich Maria Remarque ma è stato quando ho scoperto il libro Se questo è un uomo di Primo Levi che mi si è aperto un finestrone su quanto era successo. Una cosa agghiacciante. Mi dicevo che non era possibile che qualcuno avesse attivato un sistema di eliminazione così efficiente e potente. Terribile. Vivevo un’emozione dietro l’altra, una più tremenda dell’altra”.

“Hanno fatto bene – sottolinea Maria Irma Mariotti – a istituire la Giornata della Memoria, per riflettere, per non dimenticare. Per evitare che non si ripeta quell’orrore”.