Alzheimer, consigli ed esempi di approcci non farmacologici

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Esperti a confronto: i loro suggerimenti

La demenza è una condizione che interessa dall’1 al 5 per cento della popolazione sopra i 65 anni di età, con una prevalenza che raddoppia ogni quattro anni di vita, giungendo quindi ad una percentuale di circa il 30 per cento all’età di 80 anni.


Un recente stima a cura dell’ISTAT ha infatti messo in luce, che oltre un milione di over 65 soffrono di deficit cognitivi, di cui circa 600 mila con demenza di Alzheimer.

I pazienti con demenza frequentemente sperimentano sentimenti di impotenza e frustrazione, che aggravano la sfiducia e la dipendenza nei confronti dei familiari.

Al contrario, è dimostrato che l’interazione, la condivisione di interessi e il coinvolgimento attivo da parte della rete sociale, favorisce la sicurezza e l’indipendenza.

Pertanto, gli interventi psicosociali, cognitivi, psicoeducativi, il mantenimento delle autonomie e di una routine quotidiana soddisfacente sono fondamentali per ridurre il rischio di manifestazioni di stress (come apatia, agitazione, wandering), altamente invalidanti per i pazienti e per chi se ne prende cura.

Un ruolo fondamentale è svolto dai caregiver, in quanto, più che in altre patologie croniche la demenza comporta importanti cambiamenti nella loro routine quotidiana.

I familiari delle persone affette da malattie neurodegenerative devono affrontare, infatti, ripercussioni fisiche, psicologiche, emotive e finanziarie.

Risultano, quindi, di fondamentale importanza anche gli interventi di supporto e psicoeducativi estesi all’intero nucleo sociale coinvolto, al fine di migliorare la capacità di gestione e la consapevolezza dei caregiver.

L’occasione per fare il punto sull’Alzheimer in Italia è stata offerta dal convegno nazionale svoltosi a metà giugno a Varese per iniziativa dell’Uneba, della Fondazione Molina e della Fondazione don Gnocchi. Sono state portate in campo diverse esperienze, frutto di studi e attività di contrasto ultraventennali.

Dalle relazioni e dal dibattito sono emerse alcune indicazioni, una sorta di linee guida che proponiamo.

La comunicazione. La comunicazione con le persone malate di Alzheimer è possibile ed efficace solo se si superano i preconcetti che sono legati a questa malattia.

Ne consegue che una persona che vuole instaurare una comunicazione efficace, finalizzata a valorizzare l’aspetto umano delle cure e della relazione, dovrà necessariamente utilizzare anche canali comunicativi alternativi al verbale, quali gesti, espressioni del volto, il tono della voce, la gestualità.

Tecniche conversazionali. Rispettare la lentezza e le pause del malato di Alzheimer; ascoltare in silenzio, non correggere, non interrompere e non completare la frase in sospeso; non fare domande o farne poche e aperte, rispondere alle domande. L’operatore è obbligato a conoscere la storia personale del malato di demenza.

Ripensare gli spazi. La demenza rappresenta in questa epoca la maggior fonte di preoccupazione fra patologie legate  all’invecchiamento, non solo per il paziente ma anche per i parenti.

Ad oggi non esistono trattamenti farmacologici in grado di fermare o invertire il decorso clinico della malattia, per cui gli approcci non farmacologici risultano sempre più importanti.

Nel rapporto fra persona con demenza e ambiente. I limiti indotti dalla malattia non sono principalmente le capacità di movimento, ma l’autonomia e il controllo dei comportamenti nella vita di tutti i giorni.

I problemi comportamentali sono i problemi più difficili da gestire, ma i cambiamenti nell’ambiente possono influenzare positivamente molti di questi comportamenti disturbanti.

Uno spazio fisico adattato, basato su una buona comprensione delle modificazioni cognitive e sensoriali indotte dalla malattia, può costruire una “protesi” delle capacità cognitive perse dalle persone con demenza.

Il ripristino delle funzioni cognitive compromesse non è l’obiettivo primario della protesi ambientale che ha invece l’obiettivo di abbassare il livello di stress e ripristinare il benessere sia dei pazienti che dei caregiver.

Le caratteristiche principali di questo ambiente non sono solo l’accessibilità e la facilità d’uso, ma la sicurezza, la flessibilità, il comfort, la chiarezza del suo uso.

Lo spazio fisico adattato all’individuo con demenza può fungere da intervento non farmacologico per ridurre l’impatto dei problemi comportamentali e migliorare la qualità della vita dei pazienti e della famiglia.

Manifestazione del dolore. La prevalenza della demenza di Alzheimer aumenta con l’aumentare della età, e vi sono ampie evidenze che l’invecchiamento è associato ad una quota elevata di condizioni patologiche che si accompagnano a dolore, indipendentemente dallo stato cognitivo.

Conseguentemente il numero di pazienti con demenza che sperimenterà condizioni patologiche associate a dolore aumenterà in modo rilevante.

Una questione cruciale è come percepiscono il dolore le persone con demenza (sistema laterale sensori-discriminativo e mediale motivazionale-affettivo delle vie nervose del dolore).

Pazienti con demenza possono manifestare il dolore con modalità in parte differenti dai soggetti anziani cognitivamente intatti, e particolarmente in fasi più avanzate di demenza la complessità e la conseguente, frequente, inadeguatezza dell’assessment del dolore causano sotto-trattamento.

La preparazione degli operatori ad indagare e valutare la presenza di dolore fisico è un predittore significativo della prescrizione di appropriata terapia antidolorifica.

L’abilità di comunicazione del paziente condiziona la scelta dello strumento: scale di autovalutazione, per lo più monodimensionali ed ancorate ad aspetti sensori-discriminativi (presenza ed intensità), associate a scale visive ed esame cognitivo, per valutare la capacità di ragionamento astratto.

In pazienti non comunicativi sono indicate scale osservazionali, che testano anche aspetti motivazionali affettivi, tramite segni fisiologici (tachipnea), fisici (espressione facciale, grado di rilassamento), risposte autonomiche, comportamentali (difesa, lamenti).

Alcuni studi evidenziano come l’agitazione psicomotoria sia sensibile alla terapia analgesica nei termini di severità e tipo dei disturbi del comportamento nelle demenze, e come questo disturbo del comportamento associato al dolore fisico abbia una precisa base fisiopatologica.

Interventi pratici. Si può ricorrere a esperienze intergenerazionali con nonni e bimbi Si crea un clima di serenità e partecipazione, risvegliando nell’anziano un senso di protezione verso i bimbi.

Un altro esercizio è relativo alla creatività psicomotoria tra bambini e anziani: attraverso il gioco l’anziano ritrova elementi della vita reale, le regole, la memoria e la creatività con i suoi problemi e conflitti. 

C’è chi propone la Doll Therapy: lo scopo è la riduzione degli eccessi d’ira e degli stati d’ansia attraverso la cura di una bambola, facendo riscoprire il senso genitoriale.

Un’altra attività di stimolazione sensoriale è rappresentata dal ricorso a suoni esterni (rumore dell’acqua, canto degli uccelli) oppure la stimolazione del senso dell’olfatto portando l’anziano a riconoscere odori conosciuti, come la salvia o il rosmarino, legati alla loro memoria.

Ruolo del giardino. E’ utile realizzare un percorso circoscritto in un’area verde, concepita per fornire serenità e stimoli terapeutici, con l’intento di riportare l’anziano nel tempo, nello spazio e nel proprio vissuto.

Il percorso sensoriale tende a ridurre i problemi comportamentali quali il disorientamento spazio temporale, i tentativi di fuga ed il girovagare afinalistico (wandering), a ridurre l’uso dei farmaci psicoattivi ed a rallentare il declino delle capacità funzionali stimolando quelle residue.

Stimolando la memoria remota degli Ospiti, li si riporta alle loro attività precedenti, come ad esempio coltivare l’orto, accudire piante e fiori o semplicemente passeggiare nel giardino, compensando così i deficit cognitivi e funzionali causati dalla demenza.