Contro la demenza un’arma c’è: basta un po’ di esercizio fisico

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Cosa dicono gli ultimi studi: basta poco per limitare il rischio

“Potrà sembrare strano, ma l‘esercizio fisico protegge la salute del nostro cervello più di altre pratiche. Alcun recenti lavori dimostrano come, anche in presenza di una predisposizione genetica alla demenza, l’esercizio fisico regolare sia in grado di compensare, fin quasi azzerare, il rischio correlato alla familiarità”. Questa importante affermazione è del geriatra Valter Giantin ed è contenuta nel suo recente libro “Vivere a lungo con successo” (a pg.120).

E’ un’affermazione, strategicamente molto importante nella vita di ciascuno, che sta trovando riscontri anche in studi recentissimi che sottolineano, fuori da ogni dubbio, l’effetto benefico dell’attività fisica rispetto al rischio di sviluppare demenza.

Un’indagine al riguardo, condotta nella Corea del Sud, è riportata dalla rivista scientifica JAMA (Journal of the American Medical Association). “L’importanza e la originalità del lavoro – la riporta la Newsletter del 28 gennaio scorso dell’AIP, Associazione Italiana di Psicogeriatria – consiste nell’avere confrontato livelli di esercizio differenti, focalizzandosi su quelli più bassi.

Studiando retrospettivamente per 4 anni oltre 60.000 persone di età compresa tra i 65 e gli oltre 85 (73 in media, all’inizio della osservazione), campionate tra quelle arruolate nello studio longitudinale coreano delle assicurazioni sanitarie, è stato riscontrato un effetto protettivo dose-risposta nettamente evidenziato da diversi tipi di grafici.

Correttamente, sono stati tenuti in conto i possibili effetti dei primi 2 anni di osservazione, e di possibili rischi concorrenti. Rispetto alla sedentarietà totale, l’effetto protettivo si è palesato già a partire da una quota di esercizio moderato di un’ora per settimana: una quantità decisamente modesta e quindi facilmente raggiungibile, e comunque già capace di ridurre del 10% il rischio di sviluppare demenza”. 

Un altro lavoro, sempre riferito al rapporto attività fisica-demenza, apparso qualche tempo fa (The Journal of Frailty & Aging), ha fornito risultati in parte inattesi.

Uno sparuto gruppetto di ultra65enni ipoattivi ha sensibilmente migliorato l’assetto cardiorespiratorio e funzionale – ma con poche o nulle prestazioni muscolari- mediante allenamento aerobico.

La sorpresa – esplicitamente da verificare e confermare – è venuta dall’esercizio di resistenza, che ha migliorato diversi aspetti: efficienza del muscolo cardiaco, del sistema di scambio polmonare e del trasporto vascolare.

I ricercatori – tutti statunitensi – invocano cautela nella interpretazione dei dati, ma contemporaneamente propongono di sfruttare le stime di effetto da loro ottenute per dimensionare il campione di studi futuri.

La Newsletter della AIP riporta un terzo studio: “Per approfondire – si legge –  il substrato biologico di una attività fisica alla portata di molti, un lavoro condotto dalla Università di Nottingham ha evidenziato come 6 settimane di attività fisica praticata da giovani anziani con gonalgia da gonartrosi hanno modificato favorevolmente – rispetto ad un gruppo di controllo – il microbiota intestinale, riducendo i livelli di citochine infiammatorie.

La flora intestinale, a sua volta, influenza il sistema degli endocannabinoidi enterici. Una specifica analisi statistica formale ha stabilito che un terzo degli effetti antinfiammatori dei metaboliti batterici benefici era mediato da modificazioni nel sistema dei cannabinoidi endogeni.

Il ruolo di questi ultimi nel modulare il metabolismo energetico, la forza muscolare, l’infiammazione, il dolore e la neurobiologia cerebrale è documentato sia negli animali che nell’uomo.

L’esercizio fisico modifica positivamente il microbismo intestinale ed entrambi regolano l’omeostasi metabolica, indipendentemente dalla dieta”.

Tutte le ricerche, insomma, concordano sull’importanza di una costante, anche se assai modesta, attività motoria nell’arco della vita dell’essere umano. Il rallentamento dei processi degenerativi dovuti all’età può essere alla portata di molti.

Gli anziani non disabili che svolgono regolarmente attività fisica sono in grado di ridurre il rischio di demenza vascolare del 40 % e il deterioramento cognitivo di qualsiasi eziologia del 60 % (il dato è riportato dalla rivista Stroke dell’American Heart Association).

L’effetto protettivo di una regolare attività fisica non è influenzata dall’età, istruzione, cambiamenti nella materia bianca del cervello o da precedente storia di ictus o diabete.

Studi recenti consigliano vivamente di praticare un’attività fisica di intensità moderata per almeno 30 minuti 3 volte la settimana (il dott. Giantin suggerisce “almeno 30 minuti di movimento al giorno” in uno stile di vita sano, pg.116 del libro citato), per prevenire anche i disturbi cognitivi cardiovascolari, come l’ipertensione, l’ictus o il diabete.

La demenza è un deterioramento delle capacità mentali. È difficile notarla allo stadio iniziale. Si sviluppa lentamente e colpisce soprattutto gli ultrasessantenni.

È una delle più importanti cause di disabilità negli anziani; con il crescere del numero degli anziani in molte popolazioni, crescerà anche il numero di pazienti affetti da demenza.

La causa più comune di demenza nell’Unione europea è la malattia di Alzheimer, che rappresenta circa il 50 – 70 % dei casi.