Quando la memoria si sbriciola

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L’Alzheimer visto da Trabucchi

“Chi siamo quando la nostra memoria comincia a sbriciolarsi, quando non riusciamo più a riconoscerci guardandoci in uno specchio e anche il viso delle persone più care si appanna? Cosa resta di noi quando pezzi interi della nostra esistenza scivolano via e non ci riconosciamo più come le stesse persone di prima?”

E’ attorno a questi interrogativi – messi in fila dalla filosofa e scrittrice Michela Marzano nella prefazione – che si focalizza il libro “Aiutami a ricordare” (San Paolo, 218 pagine, 18 euro) firmato da Marco Trabucchi, docente all’Università di Tor Vergata, presidente della Società Italiana di Psicogeriatria e instancabile indagatore della vita degli anziani.

Il libro indaga l’Alzheimer e la sofferenza delle famiglie. Nel solo Veneto sono almeno 66 mila quanti hanno seri problemi di memoria, di pensiero e di comportamento. Ma potrebbero essere almeno il 20 per cento in più coloro che sfuggono alle statistiche e non affluiscono ai servizi per vergogna o per disinformazione su questa patologia neurodegenerativa a decorso cronico e progressivo. Si calcola che in Italia siano tre milioni le persone coinvolte fra malati, famiglie e assistenti.

Marco Trabucchi con la consueta facilità di scrittura penetra all’interno della malattia, ne elenca sintomi, diagnosi, terapie e non chiude la porta a un futuro di speranza di poter rendere meno invalidante questa malattia. Ma Trabucchi in questo libro va anche oltre, descrive il dopo, il buio del malato, la sofferenza e lo smarrimento della famiglia e di chi è chiamato a una assistenza che non ammette soste.

La demenza – afferma –  è una malattia del nostro tempo. L’aspettativa di vita si è allungata da 50-55 anni a più di 80 e con l’avanzare dell’età le malattie che inducono disabilità si fanno sentire: c’è la perdita di autonomia, si affievolisce la capacità di costruire il futuro, di allacciare rapporti.

Perché succede?  Oggi conosciamo tanti aspetti della malattia, abbiamo scoperto il motivo per cui tanti tasselli del cervello non funzionano più; quello che manca è la capacità di mettere insieme tutte le conoscenze, manca una visione unitaria. Possiamo far ricorso a diversi farmaci specifici ma ci manca “il farmaco” risolutore. L’attesa non dovrebbe essere ancora lunga – e Trabucchi si dice ottimista – perché la ricerca scientifica sta compiendo passi importanti.

Oggi la demenza va combattuta con la diagnosi più precoce possibile e con un’assistenza adeguata, a casa o nelle strutture predisposte. E il coinvolgimento della famiglia e di chi assiste il malato è fondamentale. La demenza non deve cancellare una vita. Si deve puntare alla riduzione delle sintomatologie affinché questa malattia-mostro diventi meno angosciante. In questo momento la ricerca biologica e clinica può già migliorare la qualità dell’assistenza e identificare terapie mirate.

E’ un libro quello di Trabucchi che accende la luce sulle conseguenze dell’Alzheimer. Rappresenta l’incontro fra bisogno e competenza, fra scienza e attenzione alla persona malata e a chi gli vive vicino. E, come in tanti libri di Trabucchi, risponde alle invocazioni di aiuto del malato (quasi sempre silenziose) e della sua famiglia (la seconda “vittima” dell’Alzheimer).